Estratto del romanzo: Una storia... e gli altri"







A mia moglie
La mia prima lettrice e… critica

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Precipitava lentamente, fitta, una trama finissima velava il paesaggio. Giovanni stava lì ad osservare la cenere minuscola e nerissima che continuava ad accumularsi sul davanzale; uno strato sottile lo copriva. Alcuni granelli luccicavano. Un caldo afoso. La finestra ben chiusa per impedire alla cenere di penetrare ovunque. Alzò gli occhi scuotendo la testa. Con tanto cielo a disposizione proprio in questa direzione doveva andare?! Credo proprio che stasera con questa polvere non potrò utilizzare il motorino!
Continuava a guardare quell’insolito spettacolo, con aria malinconica. Squillò il telefono. Chi sarà?! Spero non sia quella rompiscatole di Maria, è simpatica, ma parla… parla… oppure sarà Giacomo, per propormi di vederci. Gli dirò che con questa polvere non posso utilizzare il motorino e dovrà passarmi a prendere.
Sollevò la cornetta.
«Pronto?»
Silenzio. Sentìsolo ansimare.
« Prontooo?!»
«Ciao, sei Giovanni...?» era una voce femminile, pensò, cercando di immaginare chi potesse essere. Il tono non gli era del tutto nuovo.
«Si! Sono io. E tu, chi sei?»
«Io sono…, indovina chi sono?»

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Giovanni rimase sorpreso da questa domanda. Continuava a chiedersi, chi sarà?
«Sei Francesca...?»
«No!»
«Sei Maria...?»
«No!»
«Sei Patrizia...?»
«No!»
«Sei...» Giovanni, iniziò a spazientirsi, non sopportava questo tipo di scherzi.
«Ma quante ragazze conosci...? Mi accorgo che non ricordi neppure il mio nome. Eppure l’altro giorno mi hai detto che ti sono simpatica e che ti piace conversare con me perché non sono banale. Mi hai persino dato il tuo numero!»
Per Giovanni la situazione stava assumendo un aspetto tragicomico. Questa lo conosceva bene.
«Sei… sei…»
«Sei… sette, otto… sono Nicoletta!» esclamò allegramente
«Nicoletta...?! E già... scusami… mi sfuggiva il tuo nome..., stavo appunto per pronunciarlo…»
«Ssi, ssi...?!»
«Non mi credi...? E che ero… soprapensiero...» Mentre parlava Giovanni faceva delle brevi pause cercando di associare quel nome a qualcuno delle sue ultime conoscenze. Dopo un attimo di perplessità, focalizzò la persona che stava al telefono.
Ecco ci sono, pensò, è quella ragazza conosciuta al lido, la settimana scorsa, davanti al bar. Si! Quella in carrozzina. Mamma mia che figuraccia! Ma che vorrà, proprio adesso...? Ma certo, l’ho invitata io stesso a chiamarmi quando avesse avuto voglia di fare quattro chiacchiere. Del resto, ricordo che è una a cui piace conversare, ha dei modi simpatici e gentili. Non è neppure male, peccato che... mah!
«Non ti preoccupare.» disse lei. «Scherzavo. Ti capisco, se vuoi richiamo un altro giorno.»
«Si, si… cioè no, non mi hai disturbato, …anzi! Sai come sono i sabati pomeriggio, non si sa mai come organizzare la serata, poi aggiungi questa sabbia! Aspetti qualcuno che ti inviti se non sei tu a proporlo ad altri. Quindi, stavo pensando…»

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«Non ti preoccupare.» disse lei. «Scherzavo. Ti capisco, se vuoi richiamo un altro giorno.»
«Si, si… cioè no, non mi hai disturbato, …anzi! Sai come sono i sabati pomeriggio, non si sa mai come organizzare la serata, poi aggiungi questa sabbia! Aspetti qualcuno che ti inviti se non sei tu a proporlo ad altri. Quindi, stavo pensando…»
«Nella mia zona non né sta cadendo e sinceramente, per me il sabato è un giorno come un altro, non ho avuto molte occasioni…»
«Si, capisco…» rispose Giovanni senza capire. «Ma come dice il proverbio non è mai troppo tardi, quindi…» Si sentìun imbecille, avrebbe preferito pronunciare una frase adatta alla circostanza, ma non gli venne in mente niente di meglio. Gli succede quasi sempre così. Quando deve dire una frase adatta alla situazione, non riesce mai a spiccicare quella giusta. Come l’altra volta al funerale del padre di Eugenio. Per strada si preparò le frasi più adatte, anche per sottolineare la loro lunga e sincera amicizia, e poi lì, solo un misero e stereotipo: condoglianze. Si era sentito un telegramma parlante.
Ma questa, si chiese, mi doveva chiamare proprio adesso...?!
«Beh...! Per me non è solo una questione di tempo, anzi, di quello ne ho abbastanza, anche se devo riconoscere che con il mezzo a mia disposizione arriverei lo stesso in ritardo. Ma del resto c’è chi sta peggio. In fondo io non mi posso lamentare. Certo, qualche occasione in più non guasterebbe.» «Scusa…» disse Giovanni
«Non volevo essere banale...»
«Lascia stare. Allora come va? Che hai fatto in questi giorni?»
«Nulla di eccezionale. A casa a riposarmi, oppure fuori con gli amici, a bighellonare. Qualche volta in discoteca.»
«Al lido, ci sei stato?»
«No, al lido non sono più ritornato. Non sopporto la calca, il mare troppo basso non mi permette di fare delle belle nuotate e la sabbia, me la ritrovo ovunque. Ho fatto solo qualche bagno alla scogliera.» Iniziò subito come faceva spesso, a parlare dei suoi stati d’animo. Era più forte di lui, non riusciva a tenerseli dentro: «Inoltre sto attraversando un periodo di crisi esistenziale. Mi preoccupa il futuro.»
«Innanzitutto potresti evitare di abbatterti.»
« Non so cosa farò e da dove iniziare. Sento che il diploma non mi sarà di grande aiuto. Quasi tutti i miei amici sono diplomati e disoccupati, io sicuramente non sarò un’ eccezione e vorrei non dipendere più economicamente dai miei genitori.»
«Fai passare l’estate, in questo periodo la gente difficilmente starà ad ascoltare le tue richieste di lavoro. Chi ha lavorato tutto l’anno sta fantasticando per organizzarsi le ferie. A settembre, chiarisciti bene le idee...» parlava con un tono di voce persuasivo e poi dopo un attimo di esitazione, aggiunse caldamente: «Se vuoi ti posso aiutare, io ho letto diversi testi

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sull’argomento e ho delle idee, anche se a me personalmente credo che non mi saranno di grande aiuto… Ma mi stai ascoltando?»
«Si, si, ti ascolto.»
«Sei sicuro?»
«Si… no… cioè… stavo pensando che più tardi devo chiamare una persona, ma ti stavo ascoltando… Non ho capito chi deve andare in ferie a settembre?!»
«Ho capito! Chissà chi è questa persona?» domandò Nicoletta. Dopo un breve silenzio, aggiunse: «Meglio riattaccare, ci risentiamo un altro giorno, magari non di sabato pomeriggio. Ciao…e buon divertimento.»
«Ciao? Perché ciao?…Pronto?! Pronto?» Ha riattaccato, mica si sarà offesa? Chissà forse si aspettava un’ accoglienza più calorosa.
Ma del resto la conosco da poco. Anzi, neppure la ricordavo più. Sono troppo distratto. E già! Lo dicono tutti. Sempre la solita battuta “ma dove stai con la testa?”. Mia madre dice che sono sempre tra le nuvole e che debbo essere più concreto, perché i tipi come me, si possono trovare male, mah?! Questa telefonata proprio non ci voleva! Come se non mi bastassero i miei problemi di disoccupato! Guardò l’orologio, augurandosi che per la serata gli capitasse una buona occasione, tanto per svagarsi un po’. Vediamo...! Chi chiamo?

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Iniziò a sfogliare l’agenda telefonica, ormai sembrava più un brogliaccio, tutta piena di cancellature e correzioni, appunti volanti e richiami. Ogni fine anno, si riprometteva di comprarne una nuova. Ma, poi, l’idea di dover riscrivere tutti quei nomi e numeri, lo scoraggiava. A molti nominativi non riusciva più a dare un volto o associarli a vecchi ricordi. Avrebbe voluto cancellarli, ma poi desisteva. Temendo che un giorno potessero ritornare utili, rimandava l’operazione di anno in anno.
Mentre scorreva le pagine, iniziò a pensare a quella inattesa telefonata.
Spero non si sia offesa! Pensava preoccupato. Ma chi se l’aspettava, una sua telefonata? Non ricordo neppure per quale motivo le ho lasciato il mio numero telefonico. Si grattò le tempie. Cercò di ricordare.
Certo per memoria, si disse, non sono proprio un Pico della Mirandola, considerando ci siamo

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conosciuti appena la settimana scorsa! Adesso ricordo bene! Quel gesto le fece svanire l’espressione imbronciata e il suo viso si illuminò. Credo che i nostri sguardi in una situazione differente difficilmente si sarebbero incontrati. Invece così… che visione!! Dietro le lenti, nascondeva dei luminosi e vivaci occhi verdi. Verdi screziati d’azzurro. In quell’istante mi è balzato il cuore in gola...! Strano, però...! Non mi si sono accaldate le guance, quando ci siamo scambiati i nomi.

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Lei, si mostrò subito estroversa… Simpatico il suo nome. Nicoletta, tenero… già. Meno male che ha chiesto cosa c’era di interessante sul giornale. Mi è stato più facile iniziare un dialogo, capii che era interessata alle novità sulla montagna. E chi se lo poteva immaginare? sapeva persino dove si trova il Piano del Trifoglietto. Incredibile! Commentò che se la colata si trovava lì, non doveva destare molte preoccupazioni, tanto era all’interno della Valle del Bove. Certamente lei non c’era mai stata. Del resto in quelle condizioni... mi piacque l’espressione del suo viso, meravigliato, quando la informai che io lìc’ero stato. Voleva conoscere i particolari. Ecco, ora ricordo perché le ho lasciato il numero di telefono. Stavo iniziandole a parlare del verde boschetto di faggi secolari che occupava il Piano, ma sono ritornate le sue amiche, avevano fatto pure la doccia e ci siamo dovuti salutare in fretta perché dovevano andare via.

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Di colpo l’agenda telefonica rovinò a terra, sfogliandosi, Giovanni ebbe un sussulto. Ma che sto a fare, si chiese, sono caduto in catalessi...? E le telefonate?
Si alzò, per raccogliere l’agenda tutta scompaginata.
E’ arrivato proprio il momento di sostituirla - ripeté - me ne occuperò a fine anno.Neanche a farlo apposta dall’agenda uscìun foglietto giallo, con scritto un numero telefonico ed uno svolazzante: Nicoletta.
Sarà un segno del destino? Pensò. Quasi, quasi, la chiamo. E poi cosa faccio, la invito ad uscire? Mah no! E poi, dove potrei portarla?… Di posti ne conosco tanti, ma a piedi. Chissà, forse riesce pure a camminare?! Magari appoggiandosi al mio braccio, del resto tempo fa ho visto una signora anziana alzarsi da una sedia a rotelle ed appoggiandosi al braccio della figlia, è entrata zoppicando nell’ufficio postale. Forse riesce anche a camminare con l’aiuto di un bastone o due, come quel ragazzo che abita vicino alla Chiesa. Pure lui, usa degli scarponcini neri e lucidi, proprio come quelli che indossava lei. Ha un andamento un po’ traballante, ma cammina! Beh! La chiamo!
Alzò la cornetta, ed iniziò a comporre il numero, lentamente, gli tremavano le mani, si sentiva emozionato.

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Non finìdi comporre il numero e riagganciò la cornetta. Si grattò la testa, non era sicuro di fare la cosa giusta.
E se poi mi telefona Giacomo, pensò, che gli dico? Che sto uscendo con una nuova ragazza?
E se mi chiede di unirci alla comitiva per andare in discoteca, che faccio? Riuscirà a ballare? Sono sicuro di no! Sarebbe imbarazzante per lei ed io mi sentirei a disagio. Cosa penserebbero i miei amici? E se mi incontrasse qualche amico di famiglia? Ma chi se ne frega?! Del resto è una ragazza come tante, sicuramente più intelligente, è pure carina. Ha veramente degli occhi splendidi. Peccato quegli occhiali. Chissà perché non usa le lenti a contatto?! Probabilmente le userà, del resto al mare con tutta quella sabbia sarebbe stato da incosciente metterle, basta un granello e il guaio è fatto. Allora la chiamo! Magari scusandomi per poco fa.
Alzò la cornetta, la tenne qualche istante in mano, ma poi riagganciò.
Chiederle scusa per la mia distrazione mi sembra un buon pretesto, pensò. Ma la invito subito, oppure no...? Beh! Aspetto ancora un po’, il tempo di ascoltare una canzone .

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«Pronto?»
«Mi scusi, io sono Giovanni, … Nicoletta è in casa? Sono un suo amico…» si sentiva imbarazzato.
«Ciao...! Ma che è successo...?! Come mai questa telefonata? Non eri occupato ad organizzarti la serata?…»
«No, dai. Ero solo soprapensiero. Scusami! Sai, io sono fatto così.» Giovanni cercò subito di giustificarsi e per cercare di essere più chiaro, aggiunse: « A volte, anche se sto parlando con qualcuno, mi capita di distrarmi, magari pensando ad altro e perdendo pure il filo del discorso.»
«A me non capita mai. Anzi! Ritengo che sia una mancanza di rispetto verso il mio interlocutore.» precisò lei. «Quando parlo con qualcuno, rifletto bene sulle cose che dico e non divago, specialmente con la mente. Anche quando si scherza. Sai, è più forte di me! Non ritenermi presuntuosa.»
«Beata te! E perché dovrei giudicarti?… Che stai facendo?»

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«Sto a letto…»
«A letto… di già? Non stai mica male, vero?»
«No, no, sto bene… insomma! A volte quando non ho niente da fare preferisco mettermi a letto.»
«Anch’io mi metto a letto quando non ho nulla da fare, ma alla lunga, stanca. Quando ho l’influenza, mi sento perduto.»
«Per me è diverso.»
Giovanni, avrebbe voluto capire meglio il significato di quella frase, ma non chiese nulla pensando che sarebbe apparso un tipo impiccione o cosa.
« E che fai a letto?»
«Leggo! Te l’ ho detto, leggo di tutto. Pensa che quando ero più piccola ho letto per intero una enciclopedia tematica sulla vita degli animali. Oppure converso al telefono con le mie amiche, ne ho tantissime e tutte hanno qualcosa da confidarmi.»

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Giovanni riattaccò. Si alzò stiracchiandosi. Si sentiva un po’ confuso. Di colpo squillò il telefono, era Giacomo.
«Con chi stavi parlando? E’ da circa un’ ora che ti chiamo!»
«Buum! Esagerato! Hai probabilmente un orologio da corsa più veloce del mio! Parlavo con una ragazza ….»
«La conosco?»
«No! La conosco da poco, oggi è stata la prima telefonata…»
«Ma è bona?!»
«Beh! Dipende! Mi è simpatica, ha dei begli occhi verdi, e …poi … sai, conosci quel proverbio che più o meno recita: non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace! Ecco a lei secondo me le si adatta alla perfezione!»
«Cioè?» domandò perplesso Giacomo.
«Quello che ho detto! Scusami, per ora non so dirti altro, anche perché è ancora una cosa così!»
«D’accordo capo! Allora, ascolta, ho sentito gli amici e abbiamo deciso di restare a casa.»

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«A casa? Di sabato sera! E perché?»
«Perché? Considerando che domani è l’ultima domenica di agosto, e per alcuni di noi le ferie stanno terminando, abbiamo deciso di salire in montagna, e vedere da vicino l’apparato eruttivo. L’attività esplosiva è calata, quindi non dovrebbero esserci eccessivi rischi.»
«Ci sto! In quanti siamo?»
«Quattro o cinque! Forse viene anche Maria… va beh! Parla, parla, lo so che non la sopporti, ma ti è di grande compagnia. Portati pure il sacco a pelo, ti sarà utile, resteremo in quota fino a lunedìper ammirare l’aurora. E’ sempre uno spettacolo mozzafiato. Inoltre di notte le colate che si snodano lungo il fianco e sul fondo della Valle del Bove sono più visibili.»
« E per mangiare?»
«Panini a sacco. Portati dell’acqua, una bottiglia in più non guasta. Probabilmente non troveremo sacche di neve, l’abbondante pioggia di lapilli avrà coperto e sciolto pure quelle… Passerò a prenderti io con l’auto di mio fratello, un vecchio Maggiolino che lui chiama: Bratta. Arriverò non più tardi delle undici e dopo pranzo inizieremo a salire.»
«D’accordo! Grazie! Allora a domani. Se sorgessero dei contrattempi, ci risentiamo prima, o-kappa !» «Complimenti! E la tivù non la guardi mai? Trasmettono spesso dei programmi interessanti…» Bene, ci siamo già tutti, pensò, ci avrei scommesso Maria è già intenta a parlare con Patrizia. C’è pure Francesco quell’allampanato studente di Geologia. Staremo un po’ strettini.
«Il mio zaino ha fatto resistenza ad accomodarsi nel cofano con i suoi coetanei, non mi vuole lasciare. Dove lo metto?» chiese Giovanni e poi rivolgendosi alla ragazza di Giacomo che gli stava seduta accanto: «Patrizia! Di già fumi?»
«Oggi non ho fumato per niente! Sei insopportabile… dammi questo zaino lo sistemo ai miei piedi!»

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«Ah se fossi io al posto di Giacomo...! Ma com’è che ti sopporta?!»
«Noioso...!» la ragazza fece una pausa e poi ridendo aggiunse: «Se dici un’altra parola questo zaino rimarrà sul marciapiede!»
L’auto partì, accompagnata da una nuvola di fumo.

08
Giovanni, rincasò nella mattinata, salìle scale lentamente, definirsi stanco morto, gli sembrava riduttivo. Sua madre lo accolse con un sospiro di sollievo.
Mentre si spogliava, inondò il pavimento di polvere e lapilli, che si erano depositati ovunque, nelle scarpe, nelle pieghe degli abiti e persino all’interno dello zaino. Quella stanza diventò una succursale del vulcano.
Guardandosi attorno, pensò: chissà se il peso che mi sentivo addosso, dipendeva proprio da tutta questa roba? … Ahi! E chi la sente ora mia madre?
Non dovette aspettare tanto per la conferma. Come sempre gli ripete la solita cantilena. Che era stanca di sgobbare dalla mattina alla sera, pulire, pulire, che sarebbe bastata un po’ più di collaborazione da parte di tutti. Come sempre, poco dopo, tornò serena.
«Ieri pomeriggio, ti ha cercato al telefono per ben due volte, una ragazza.» lo avvertìmentre si apprestava a raccogliere quella sabbia nera, commentando: « Una voce mai sentita prima, pacata, e dai modi gentili ed affabili.»
Giovanni capì!
Passò l’intera giornata in una sorta di letargo.
Nel tardo pomeriggio, fu svegliato dallo squillo del telefono. Inizialmente, lo sentiva lontano, ovattato, mischiato nella trama del sogno che stava agitandogli il sonno. Poi sempre più intenso e vicino.
«Quando sono a letto non posso vederla, ne abbiamo solamente una nel soggiorno. Adesso sto leggendo un libro sui vulcani. E’ molto interessante, per adesso però ho smesso perché mi brucia un occhio. Spesso mia madre mi rimprovera, dice che leggo troppo e finirò per rovinarmi gli occhi.»
«Non avrà tutti i torti, dai!»

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«Cosa posso farci? A me piace leggere, e poi in qualche modo debbo far passare le giornate. Non posso parlare continuamente al telefono o dormire. La cosa che mi infastidisce è andare dall’oculista, ne fareivolentieri a meno. Spesso questi, sono come le mele, più sono buone e più stanno in alto, e per me raggiungerli è proprio impossibile.»
«Perché proprio impossibile?» chiede lui.
«Perché in qualunque edificio io vada, non lo trovo facilmente accessibile!»
«Ma di cosa ti preoccupi? Esisterà un oculista con lo studio in un edificio che oltre alle consuete scale sia fornito di ascensore, cosa ormai diffusissima. E cosìil problema è risolto, no?!» chiese stupito.
«Sembra facile! Ma guarda che in qualunque edificio si vada, non ne trovi mai uno con l’ingresso a raso con il marciapiede. Normalmente, ci sta almeno un gradino all’ingresso. E spesso altri tre o quattro sul percorso per giungere alla porta dell’ascensore, se c’è! E lasciamelo dire, con questo mezzo di locomozione, anche se opportunamente assistito, sono sempre tanti! Oltre tutto, dobbiamo considerare anche la larghezza della porta o del vano interno e la posizione della pulsantiera. Ma lasciamo stare… dai!»
«Ti capisco...»
«Mi fa piacere che mi capisci, a volte neppure le persone più vicine ci riescono, anche davanti all’evidenza.»
«Sai, pensavo di invitarti ad uscire stasera…» disse lui.
«Grazie per il pensiero. Sai, forse è la prima volta che un ragazzo mi telefona per invitarmi ad uscire, per lo più il sabato sera.»
«Eppure non sei male! Anzi…» non finìla frase, subito si rese conto che il suo problema era un altro.
«Mi piacerebbe veramente uscire con te. Ma così, all’improvviso, mi è proprio impossibile, soprattutto questa sera. Un altro giorno! Magari organizzandoci prima riusciremo a combinare una mia uscita.»
«Perché non stasera?»
« Principalmente, perché sto a casa da sola, i miei sono al cinema. E poi…, beh, è un po’ complicato da spiegare.»
Giovanni, capìil suo imbarazzo, e tirò corto «Allora mi avvisi tu?! Io sono quasi sempre libero, e se anche non lo fossi, mi libererei!»

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«Grazie per la tua disponibilità. Ti avviserò io. Anzi, per favore, tu evita di chiamare. Sai, mia madre è un tipo permalosa e fa scenate per nulla.»
« D’accordo! Aspetterò la tua chiamata. Ciao, chiudo!»
«Ciao… e diverti.»

06
Giovanni, dopo aver riattaccato, prese dal ripostiglio il suo glorioso zaino color sacco di patate, non era di marca. L’aveva acquistato subito dopo il diploma da un rigattiere al mercato. L’aveva usato per realizzare un suo grande sogno, un viaggio in autostop in giro per la penisola.
Quanta strada a piedi aveva fatto! Altro che autostop! E quei passaggi incredibili con mete in luoghi sconosciuti, difficili da localizzare.
Aveva chiesto l’assenso dei genitori come regalo per la promozione.
Spolverandolo, ricordava ancora quel dolore ai piedi e al fondo schiena… Soprattutto la notte, su giacigli impossibili. E quanto pesava questo zaino accidenti a lui! Era proprio il caso di dirlo. Insieme abbiamo vissuto l’Italia, fatta di gente cordiale e disponibile, disposta a fare una modifica al proprio itinerario, pur di farti conoscere quel posto lì, che pochi conoscono. E’ bello vedere quanta gente allegra si incontra, desiderosa di raccontarsi o di raccontare di quella volta quando…
Nel frattempo sistemava lo zaino, mise il necessario, forse qualcosa in più, per le evenienze impreviste che non mancano mai.
Mentre lustrava gli scarponi da montagna, consunti da tante escursioni sulle lave, gli fu inevitabile non pensare a quegli scarponcini neri e lucidi che Nicoletta indossava. Passò la serata riflettendo su come sia strana la vita. A volte basta poco, una telefonata, un nome, un attimo e nella mente ti si aprono nuovi scenari e... tanti problemi!
Si alzò un po’ tardi, erano già le nove, la madre prima di andare a Messa, gli aveva preparato i panini imbottiti, le tavolette di cioccolato, di cui è ghiotto, ed altro.
Nella busta, aveva inserito anche un biglietto con le solite raccomandazioni a non compiere imprudenze e gli augurava tanto divertimento.

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07
Giacomo arrivò puntuale, alle undici. Il vecchio Maggiolino rombava come un carro armato, sembrava fosse senza marmitta. La carrozzeria, piuttosto malconcia era tinta con un colore indescrivibile.
Giovanni, guardò l’interno dell’auto prima di accomodarsi.
Porca l’oca, pensò, ma perché non lo prende nessuno?
«Mamma! … papàaa! …Giulia! … Non risponde proprio nessuno. Saranno tutti usciti. Meno male non squilla più! … Oh no! Di nuovo … Va bene, arrivo!», parlava da solo, a volte la stanchezza fa brutti scherzi.
Si alzò stiracchiandosi, sentiva un gran dolore nei muscoli delle gambe, da tempo non faceva una simile camminata. Si sentiva frastornato e confuso, una fascia dolorosa gli cingeva la testa. Aveva ancora tanto sonno.
«… Pronto…?»
Silenzio, sentiva solo respirare
« Prontooo?»
«Ciao, esploratore...! Non dirmi che sei rincasato proprio adesso. E tanto che chiamo?!»
«No…si… no, non ho sentito il telefono. Stavo dormendo. E che sonno! E poi sono solo in casa.»
«Mi dispiace. Allora chiudo subito.» rispose Nicoletta, con tono dispiaciuto.
«Aspetta! Aspetta! Il tempo che mi sveglio del tutto. Solo un attimo… Eccomi! Uhaaaaaa… scusami. Allora… ciao, come stai? Scusami per ieri, non ho trovato il tempo per avvertirti! Uhaaaaaa… scusami ancora. E’ stato un invito inatteso.»
«Io sto bene, come sempre! Perché?! Non avevi nessun obbligo di avvisarmi. Hai fatto una cosa che ti piaceva. No! Non ci trovo proprio niente di strano. Del resto, sono occasioni, a cui tanti piacerebbe partecipare. Dai raccontami!»
Giovanni, rimase silenzioso, cercò di riorganizzare i ricordi dell’escursione. Emise due cavernosi sbadigli.

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Non sapeva da dove iniziare. Che confusione, si domandò cosa potesse interessarle di più, l’itinerario o quello che aveva visto. Pensò che doveva essere breve perché stava cascando dal sonno.
«Giovanni, che fai? Non parli?… Non ti stai mica riaddormentando?»
Il sonno e la stanchezza, aiutati dal tentativo di ricordare, iniziavano ad avere il sopravvento. Si sentìdondolare la testa. Le palpebre si abbassavano da sole. Non riusciva proprio a stare sveglio.
«Bene! Ho capito. Lascia stare. Ne riparleremo domani. D’accordo? Buon riposo.»
«Si, si, … hai proprio ragione. ‘notte. Uhaaaaa…» disse Giovanni, chiudendo il telefono.

09
Giovanni si svegliò tardi. Non sentiva più la stanchezza, solo quel fastidioso dolore ai muscoli delle gambe. Si mise quasi subito, di buona lena, a leggere le inserzioni per le offerte di lavoro riportati sul quotidiano di domenica, per trovarsi un’occupazione, anche provvisoria. Ne sottolineò molti.
Ma dopo un lungo ripensamento, tanti disegni avulsi e ghirigori tra i trafiletti del giornale, ne scelse alcuni. Ad ogni telefonata, recitava sempre la stessa litania ed otteneva normalmente la stessa risposta. Solo qualcuno gli aveva dato qualche speranza, anche se non era di suo gradimento. Tutti l’avrebbero richiamato.Nel tardo pomeriggio smise. La cornetta del telefono si era surriscaldata. Passarono pochi minuti e squillò il telefono. Sollevò la cornetta, con ansia, pensando che qualcuno lo stesse di già richiamando per offrirli una opportunità.
«Pronto?» chiese con delicatezza
«Ciao esploratore! Sei risorto?»
«Salve Nicoletta, si sente vero? E tu come stai?»
«Bene grazie! E’ tutto il giorno che tento di chiamarti, ho trovato sempre occupato. Hai tenuto tutto il giorno la cornetta fuori posto per non essere disturbato, vero?»

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«No, per niente. Anzi! Ho risposto a tutte le offerte di lavoro che ritenevo adatti alle mie capacità.»
«Hai ottenuto dei risultati?»
«Dipende. Non molti. In compenso ho parlato con un ragazzo, che guarda caso era un mio ex compagno di classe. Non lo vedo dall’esame di stato, più o meno da cinque anni. Da lui cercano un aiutante magazziniere, ma io non mi ci vedo, sciuperei il diploma.»
«Io ti consiglierei di provarci. Se in futuro troverai di meglio, potrai sempre cambiare!»
«Vediamo, per ora aspetto che qualcuno mi richiami, poi deciderò. E tu cosa mi racconti. Dal tono della voce, mi sembri contenta!»
«Sei perspicace! Finalmente sono riuscita ad organizzarmi per poter accettare quell’invito ad uscire con te. Mi piacerebbe andare alla villa, sono tanti anni che non ci vado. Il fratello della mia amica Elena, è libero solo il giovedìmattina. Mi accompagnerà con lei.»
«Ma perché hai atteso che fosse libero da impegni il fratello della tua amica? Fino a prova contraria, sono io che ti ho invitato ad uscire con me! Con lui, eventualmente ci uscirai qualche altra volta!» esclamò risentito.
«Ma che cosa hai capito? Lui non mi ha invitata ad uscire!»
«Ah no! Ed allora?»
«Ho atteso lui, perché sa come prendermi...!»
«Ti sa prendere? E che significa?!» chiese sorpreso.
«Ma non ti ricordi che io sto sulla carrozzina?»
«Si, ma non capisco?»
«Beh, … niente?! Ma l’invito ad uscire è ancora valido?»
«Si certo, anche se non capisco.»
«Lascia stare, capirai… Ma non mi racconti nulla sulla tua gita in montagna?»
«Si certo! Ben volentieri, è stata una bella esperienza. Una di quelle che non si dimenticano mai. Che piace raccontare, anche se all’interlocutore non interessa...»

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«Io sono un interlocutore interessato, invece. Dai raccontami! Siete andati in auto fin lassù? C’era traffico?»
«Ma quale auto, lassù vi si arriva solo a piedi. Dal piazzale antistante la Casa Cantiniera in su, solo a piedi. Anzi si può usare anche la funivia, oppure il servizio di trasporto con i fuoristrada. Ma costano!»
«Hai detto a piedi?! Mamma mia, a piedi...! Ma siete stati dei pazzi, degli incoscienti! Ma come ci siete riusciti, avete fatto una impresa eccezionale, non una gita così!» disse lei meravigliata.
«No, no, invece abbiamo fatto proprio una cosa così, tanti salgono a piedi, non eravamo i soli sulla pista sterrata. Però ci sono dei divieti, non ci si può avvicinare alle zone pericolose. Ogni tanto dovevamo sostare sul margine della pista, per non intralciare l’andirivieni dei fuoristrada autorizzati, portandoci una mano sulla bocca per non inghiottire la nuvola di polvere che questi sollevavano.»
«Ah! Ho capito, non lo sapevo, sai? E poi la notte, avete dormito?»
«Quasi. Fino a poco prima dell’aurora. Abbiamo trascorso la notte all’addiaccio dentro il sacco a pelo, faceva un freddo cane, ci siamo riparati in una specie di grotta. Ma non si poteva dormire, si sentivano boati in continuazione oltre al fatto che il terreno di tanto in tanto tremava. E poi con Giacomo accanto, mica si può dormire.»
«Perché?»
«Era troppo allegro. Lui e Patrizia ci prendevano continuamente in giro, ha raccontato un sacco di barzellette. Le sapeva tutte lui!»
«In quanti eravate?»
«In cinque. Io, Giacomo e Patrizia, quella chiacchierona di Maria, e Francesco. Qualche volta te li farò conoscere. Del resto sono i miei amici di sempre.»
«Patrizia sta con Giacomo?»
«Si!»
«E Maria?»
«Con nessuno.»
«A quest’ora tu…»

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«Io niente. Francesco le sta tirando il filo da tempo. Del resto hanno in comune una caratteristica, le chiacchiere. Almeno non si annoieranno mai.»
«E tu, anima candida, che facevi?» domandò ridendo.
«Ammiravo il panorama, guardavo dove mettevo i piedi, di tanto in tanto destavo attenzione alle storie curiose che raccontava Francesco sulle eruzioni della montagna, specialmente quella del milleseicentosessantanove. Ma spesso mi ritrovavo a pensare ad altro, ho tanti pensieri per la testa.»
«Ti ho già consigliato di non pensarci, per ora, al tuo futuro ed al lavoro. Lascia che la gente ritorni dalle ferie, che tutto riparta.»
«Ma io non pensavo a questo!»
«Ah no?! Allora a chi?»
«Beh… che mi sarebbe piaciuto avere anch’io qualcuno accanto, in quel momento, come a Giacomo.»
«Una come Patrizia?… Cioè la tua ragazza, vuoi dire?»
«Proprio così, una ragazza! Ma io in questo momento non ho una ragazza... Però una amica che mi piace, si!»
«E’ carina?… Come mai non l’ hai invitata a venire con te?»
«Sinceramente non l’ho invitata. Ma lo stesso non le era possibile venire!»
«Genitori all’antica, vero?»
«No, no… Cioè… Forse! Tante cose…»
«Beh...! Cose tue! Non voglio farti credere che io sia una ficcanaso. Allora, non mi dovevi raccontare cosa hai visto? Inizia da quando sei uscito. Voglio sapere tutto.»
«Niente. All’ora di pranzo ci siamo fermati in uno slargo laterale all’ombra di un bel castagno. Un pranzo frugale per non appesantirci. Poi abbiamo lasciato l’auto nei pressi della Casa Cantoniera e dopo aver cambiato le calzature, ci siamo incamminati per la pista sterrata, con gli zaini in spalla. Verso le diciannove, dopo un estenuante percorso in salita, siamo giunti in una zona pianeggiante e ci siamo diretti…»

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«Ma non mi stai raccontando cosa hai visto…
Solo cosa hai fatto! A me non basta, ho bisogno di più elementi per immaginarlo. Sono una grande appassionata di viaggi e mi sarebbe piaciuto tanto potermi avventurare in posti misteriosi o suggestivi,» da questa frase lui capìche avevano già qualcosa in comune, «a volte, la mia situazione fisica mi fa riflettere sui problemi interiori che mi procurano incertezza nel presente ed ansia per l’avvenire. Per distrarmi da questi pensieri mi piace rifugiarmi nel mondo dell’immaginazione. Sognando posti o situazioni, magari alla portata di tutti, ma per me irrealizzabili.»
«Ho capito! Mi dispiace per quel che dici. Sinceramente ho evitato di entrare nei particolari spesso spettacolari, perché temevo che ascoltandomi avresti avuto il desiderio di vivere anche tu un' esperienza simile, ed invece...»
«Non farci caso, ci sono abituata… ti ho capito.»
«Allora… ricominciamo daccapo! Giacomo è arrivato puntuale, con l’auto di suo fratello, un vecchio maggiolino. Si stava stretti. Il mio zaino l’ha tenuto tra le gambe Patrizia seduta sul sedile anteriore. Come ti dicevo abbiamo pranzato all’ombra di un castagno. Ci sei mai stata in quella zona?»
«Si, una volta, a vedere la neve. Proprio così! A vedere la neve! Io seduta in macchina a guardare mia sorella ed i miei cugini che giocavano tra la neve. Meglio che non ci penso! Tanto mia madre sentenziò che nelle mie condizioni, non c’era alcun motivo che io scendessi per toccarla, avrei potuto prendere freddo!» lo disse con voce malinconica. « C’era un bel sole ed inoltre mi aveva infagottata come se dovessi recarmi al polo nord! Io temo che lei provi vergogna, mostrandosi in pubblico mentre mi spinge, spesso ho la sensazioni che mi guardi con compassione...»
«Non sarà compassione, ma tenerezza, pensando al tuo stato d’animo. Non posso credere che lei si vergogni di te! Dai, tu devi essere più comprensiva con tua madre… Allora, come ti stavo raccontando, dopo pranzo, del resto abbastanza frugale per non appesantirci, ci siamo riavviati in auto.
Giacomo sembrava un navigato pilota di rally, cambiava ripetutamente le marce, soprettutto in prossimità delle curve.

20

Dalla marmitta uscivano certe nuvole di fumo nero, da fare invidia ad una vecchia vaporiera.»
«Toglimi una curiosità. Ma la provinciale l’ hanno già ripristinata? Ricordo che per lunghi tratti è stata coperta dalla colata del millenovecentottantadue.»
«In buona parte, qualche tratto è già asfaltato, ma le muraglie di protezione non sono ancora ultimate…» Giovanni fece una pausa, alzò gli occhi al tetto ed aggiunse: «Impressionanti i profondi sbancamenti che sono stati praticati trasversalmente alla colata per ripristinare la strada. Questi tagli hanno messo a nudo il sovrapporsi dei flussi di lava che caratterizzano le colate.»
«Uno scempio! Non ci bastavano le cave di pietra.»
«Uno scempio?! No! Il progresso cara mia, il progresso… Certamente in passato, quando non esistevano le ruspe, si sarebbe infierito di meno sull’ambiente e rispettato di più la natura, magari modificandone il tracciato o inserendo qualche nuovo tornante, la strada si sarebbe solo adagiata sulle colate. Il progresso ha stravolto pure i caratteristici muraglioni di pietra…»
«In che senso?» domandò sensibilmente preoccupata. «Non dire che li hanno sostituiti con spettrali pareti di cemento. No, vero?!»
«Realizzati in cemento armato, si! Però coperti da blocchetti di basalto, di forma e dimensione uniforme, da formare un muro molto regolare, che poco si adatta alle caotiche pareti laviche.»
«Com’era il tempo?»
Giovanni parlava con dovizia di particolari, si sforzava di essere il più possibile chiaro, quasi fotografico, per trasferirle il maggior numero di informazioni. Del resto aveva ancora dei ricordi nitidi: «Non potranno mai eguagliare il fascino di quelli preesistenti e non rovinati, costruiti con blocchi di pietra squadrati e poco sbozzati, frammisti di schegge e spezzoni di lava.

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Come ti dicevo dopo aver lasciato l’auto ci siamo inerpicati, in fila indiana, su per la pista sterrata di sabbione vulcanico.»
«Faceva un gran caldo, sul volto sudato e tra i capelli si andava appiccicando una grigia caligine, era la cenere vulcanica che il venticello trasportava. Giacomo sembrava uno spazzacamino. Siamo stati costretti a fare diverse soste, perché chiacchierando e non abituati alla quota, veniva il fiatone che a volte ci provocava un dolore al petto, comunque niente di grave.»
«Si, si d’accordo, ma cosa si vedeva da lassù?»
«Cercherò di descriverti il panorama che si godeva, dalla parte terminale della pista, prima di inoltrarci per il Piano del Lago. Sarà un’ardua impresa, certe cose mi sono difficili da descrivere, specialmente le sensazioni che ho provato e poi rimangono intrinseche nei ricordi. Qui abbiamo fatto una sosta abbastanza lunga, per riposarci, qualcuno ha fatto uno spuntino, io compreso. Patrizia ha fumato.»
«Quanto tempo avete impiegato per salire?»
«Circa cinque ore, un po’ lenti secondo Francesco. Da lassù si godeva un panorama mozzafiato. Il cielo era sereno. Con un solo colpo d’occhio si abbracciava uno spazio immenso. Si scorgevano distintamente, all’orizzonte, i centri abitati del litorale ibleo, che chiude il golfo a sud fino ad Augusta. Un mare blu! Il lungo arenile arcuato, a tratti coperto di vaste macchie dii vegetazione. Inoltre si seguiva la piana e l’entroterra fino ad Enna ed oltre.»
«Ho letto da qualche parte, che nelle giornate più limpide il raggio di visibilità sia di circa 150 miglia. Lo sapevi?»
«No. Però la cosa che mi ha colpito di più è la rapida successione di ambienti naturali ed insediativi, tutto in una manciata di chilometri.»
«Ecco ora ci siamo, questo a me interessa ascoltare! Inizio ad immaginarlo.»
«Intorno a noi si estendeva l’immane pendio della montagna. Sembrava un deserto lunare, composto da sabbie e rocce nere, interrotto da profondi squarci e solcato da un groviglio di colate laviche. Era… era … come si può dire? … Butterato.

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Si!» man mano che parlava si sentiva quasi un poeta, gli venivano fuori delle frasi e vocaboli che non sapeva di conoscere, cosìda restarne meravigliato. Ma dove li sto pescando - pensò in un attimo - questi termini?! Continuando: «Butterato da una miriade di crateri spenti, alcuni allineati, altri addossati gli uni agli altri, molti parzialmente sepolti dalle colate laviche più recenti, coni dai ripidi fianchi formati da neri lapilli, a tratti rosseggianti. Alcuni con le bocche slabbrate a conchiglia rivestite da incrostazioni giallastre…»
«Impressionante, ma alberi, niente?»
«No, no, tutto brullo. Solo alcune centinaia di metri più in basso si intravedevano le prime macchie verdastre di spino santo, che viste da vicino hanno la forma a cuscino. E’ l’inizio della vegetazione, quel deserto giù, a poco a poco si popola di cespugli, poi di alberi isolati, che diventano sempre più fitti, ed ecco iniziare… aspetta… torno subito, qualcuno di là, mi chiama...»
Lasciò la cornetta per recarsi in cucina. Tutti stavano intorno al tavolo, pronti per iniziare a cenare.
«Ma sei diventato sordo? E la terza volta che ti chiamiamo per la cena. Dai salutala e vieni!»
Giovanni rimase perplesso, era cosi intento a raccontarle cosa aveva visto, da non sentirli. Il bello è, pensò, che non ho più sentito neppure la fame che tenevo.
Riprese la cornetta.
«Scusami. Devo riattaccare, la cena è pronta. Se puoi, perché non mi chiami dopo cena?»
«No, non posso. Tra un po’, mia madre mi aiuterà a mettermi a letto. Che peccato, proprio ora che mi stavo facendo un idea concreta del panorama che si gode da lassù!» lo disse con voce querula, ma subito aggiunse decisamente: «Vedi di non dimenticare i particolari, se mancano quelli, il racconto si appiattisce e … Va bene! Allora ciao.»
«Ciao. Dai non fare quella voce. Non preoccuparti, stasera farò mente locale sull’escursione di domenica, cosi ti racconterò pure dei sassi. D’accordo, chiudo!»

23

10
«Giovanni, ti cercano al telefono.»
«Chi è?»
«Dalla voce e dai modi gentili, credo sia quella che ti ha cercato domenica.»
«Nicoletta?»
«Nicoletta?! Non sapevo si chiamasse così… Forse!»
«Pronto...?»
«Cìaoo, ... esploratore, come stai? Hai già cenato?»
«Si, ho già anche digerito. Non credevo più che mi chiamassi. Come mai hai fatto cosìtardi?»
«Problemi familiari. I soliti! Per favore cambiamo discorso, non ne voglio proprio parlare. Mi basta e mi avanza il fatto che devo stare qui seduta ad ascoltarli. Se potessi fuggirei in capo al mondo! Se potessi…!»
«Come non detto. Sarò muto come un pesce. Mi dispiace sentire la tua voce cosìtriste, saranno problemi davvero grossi!»
«E dai! Lasciamo perdere. Sono triste anche perché stasera ho appreso dal telegiornale, del suicidio di un uomo politico. Ma ti rendi conto che con lui, in questo periodo, credo siano già cinque le persone che si sono tolti la vita, per dei motivi che magari ad altri possono sembrare banali.» dalla voce si capiva che era allarmata per questi tragici eventi.
«Si, l’ ho sentito poco fa, mentre cenavo. Era stato coinvolto nello scandalo del secolo…»
«Fiiuu! Esagerato, lo scandalo del secolo! Forse vorrai dire, speriamo sia l’ultimo del secolo?!»
«Perché, ce ne sono stati altri di questa portata che hanno coinvolto cosìtanti politici ed imprenditori?»
«Eccome! Lo scandalo dei petroli, per esempio. Non lo ricordi, perché a quel tempo eravamo troppo piccoli, era il periodo dell’Austerity. Anche allora tutto iniziò da una piccola ditta, che aveva negato la fornitura di gasolio all’ospedale di un piccolo paese.

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Un fatterello che non passò inosservato al fiuto di un pretore della Liguria... che si chiama, si chiama...»
«Non ci fa niente se non lo ricordi.»
«Ce l'ho sulla punta della lingua... aspetta aspetta...»
«Non preoccuparti... non mi muovo!» rispose lui sorridendo.
«Ecco ci sono si chiama Almerighi. Uno come Di Pietro. Che ne pensi di Di Pietro…?» dopo una breve pausa, aggiunse: « Che uomo!»
«Ti piace?» chiese lui con stupore.
«No, non l’ho detto con quell’intento. Mi piace la sua determinazione, sembra Davide che atterra Golia. E’ uno che viene dal nulla. Fino a ieri una persona qualunque, che si è sudato quel posto. Quindi può parlare chiaro, senza peli sulla lingua…»
«Beh, forse è ancora presto per giudicare, chissà come andrà finire?! Il problema è che i loro debiti, alla fine li devono scontare i poveri cristi come mio padre, che fanno salti tripli per quadrare il bilancio familiare e pagare le tasse, e poi scoprire che… eccetera eccetera. Sai, lui è un lavoratore autonomo…»
« Auguri...!»
«Si, grazie! Ne avremo bisogno tra qualche giorno, appena approvata la nuova finanziaria.»
«E se passa la minimum tax?» chiese lei.
«Se passa, mio padre chiuderà bottega…» rispose dispiaciuto e subito cambiò discorso: «Tornando a quel fatto tragico, penso che, chi compie un gesto cosìincosciente in realtà l'avrà fatto in piena coscienza... no?!»
«Magari era uno integerrimo che non aveva mai approfittato di una lira, uno di quelli che non aveva mai accettato tangenti per un interesse personale ma li credeva dei contributi a sostegno del suo partito, cosa alquanto diffusa a quanto pare da come risulta da quello che trapela in tivvù sulle indagini in corso.»
«Chissà come si sarà logorato dentro, ritrovarsi da un giorno all’altro coinvolto e messo alla gogna, cosi.»
«Soprattutto in un momento cosi tragico della sua vita.

25

Mi è parso di sentire in qualche notiziario che fosse pure ammalato.» Nicoletta lo diceva con un tono di voce di chi è perfettamente consapevole della situazione. «Sai, è doppiamente avvilente stare male fisicamente, vivere una situazione simile tutti i giorni, senza una speranza certa di guarigione e nel frattempo non trovare negli altri la comprensione e la disponibilità che vorresti.»
«Comunque io non trovo alcuna attenuante ad un tale gesto. La vita non appartiene solo a noi stessi ma anche a chi ci vuole bene. A tutti quelli che in cuor proprio confidano in te, …»
«In me?» chiese perplessa Nicoletta«Si, anche in te! Chissà quanta gente confida in te ritenendoti importante nella propria vita, come ad esempio quelle tue amiche che ti chiamano per raccontarti i loro problemi, probabilmente sei una persona dall’anima ricca di sentimenti, di solidarietà e comprensione verso il prossimo.»
«Credo che tu stia esagerando un po’, attento, potrei montarmi la testa.» rispose sorridendo per celare una certa emozione.
«Non sto esagerando, l’altra volta mi è sembrato di capire che spesso attraversi periodi di inquietudine, che ti spingono a riflessioni introspettive e ….»
«Uh! Che parolone, non è che per caso hai frequentato un corso serale di psicologia?» disse con tono canzonatorio, e dopo un attimo aggiunse con rammarico: «Sarebbe bello, se la gente si soffermasse a pensare cosa si cela nell’intimo di un disabile con i suoi drammi e le sue gioie spesso represse, prima di irrigidirsi ed etichettarlo… Allora dove hai appreso quelle parole, non mi sembri il tipo che le utilizza normalmente!»
«Si! E con questo? Le ho lette in una rivista, dal barbiere. Era un articolo interessante! Sinceramente sto cercando di leggere tutti gli articoli che parlano di questo argomento, io fino ad ieri non avevo un’ idea chiara…»

26

«Mica puoi pretendere di farti un’ idea sul mondo dei disabili leggendo qua e là?» disse Nicoletta perplessa. «Certe cose si devono vivere, superare i pregiudizi ed accettarci prima di tutto come persone normali, e poi come dei disabili, come una persona più sfortunata degli altri.»
«Si, d’accordo, a questo ci devi pensare tu, dandomene l’occasione! Ad ogni modo, vorrei concludere il discorso iniziale. Mi chiedo come mai queste persone non si sono rese conto, che dopo tutte le peripezie giudiziarie, politiche e sociali che probabilmente li attendevano, avrebbero lo stesso potuto continuare a vivere il resto della loro vita accanto ai propri cari.»
«E’ già?! Vedi me! Ho avuto molte sofferenze ed ho sempre dovuto lottare, però ho conosciuto persone più sfortunate di me. Questi mi hanno insegnato che la vita è meravigliosa!» questa frase emozionò Giovanni. «In ogni caso vale la pena di viverla, in qualsiasi situazione...» fece una pausa ed aggiunse: «Tu mi dirai che a volte si attraversano periodi difficili…»
«Io?» chiese sorpreso Giovanni. «Guarda che non lo penso affatto! Anzi…»
«Zitto! E lasciami finire. A questa affermazione, risponderei che hai ragione, accettare che proprio a te la vita abbia riservato un simile destino è difficile. Ma lo stesso dovrò sforzarmi di andare avanti per questa vita unica e tutto sommato bella cercando, con le mie possibilità, di viverla intensamente!»
«Non ho niente da aggiungere.» rispose lui. «Del resto hai già detto tutto!»
«Si, hai ragione! Non dovevi finire di raccontarmi l’escursione di domenica?»
«Certo!» lui apprezzò con entusiasmo la sua richiesta, non aveva altro da dire su quell’argomento. «Sono pronto. Allora! Dove eravamo giunti?» «All’inizio di qualcosa… non ti preoccupare, mi ricordo tutto perfettamente.»
«Ah! Vero… allora come ti stavo raccontando…»
«Aspettami un attimino...»
Si sentìche aveva riposto la cornetta e stava rispondendo a qualcuno.
«Si mamma cosa c’è? Con chi sto parlando...? Con un amico... Chi...? E inutile, tanto non lo conosci...!

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Dove l’ ho conosciuto? In chiesa, anche lui è disabile! Stai tranquilla!»
Giovanni rimase in silenzio ad ascoltare, poi dal respiro, capìche stava di nuovo al telefono.
«Pronto...? Nicoletta...? Cosa è successo?» bisbigliò con ansia
«Niente...! Niente, ora debbo riattaccare. Mi raccomando per domani, davanti alla villa. Hai capito dove? Non mancare! Ci tengo...! Buonanotte.»
«Buonanotte...? Mi pare ancora prestino! Ciao, a domani.»
Chissà cosa sarà successo? - si chiese lui riponendo la cornetta – dal tono della voce, mi sembrava alquanto contrariata. Cosa ci sarebbe stato di male se avesse detto che parlava con un amico e basta? Spero che non sia accaduto niente di serio.

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Spingeva, spingeva un grosso carro in salita, si trovava all’interno di un verde giardino, intorno un ambiente vulcanico, un’atmosfera avvolta da vapori rossastri, lui spingeva sempre quel carro, dentro ci stava qualcuno, non capiva chi fosse, il sentiero era stretto e tortuoso, a volte a strapiombo, giù il mare era scuro e misterioso, stava quasi in cima, ma la cima appariva sempre più lontana e volavano bombe vulcaniche infuocate, che ricadevano tutti intorno, sfiorandolo, qualcuna lo colpiva, ma rimaneva indenne, che male alle gambe, sembravano di piombo, ma continuava a salire...
«Uff... meno male, è stato solo un brutto sogno!» esclamò svegliandosi all’improvviso, umido di sudore. Si sentiva un po’ frastornato. Cercò di riaddormentarsi ma senza risultato. Una tenue luce filtrava dalla serranda socchiusa.
Ma è giorno...?! Com’è possibile? Mi sono messo a letto da poco! Che strano sogno ho fatto! Chissà chi stava nel carro, non si capiva... Ho la sensazione che sia stato originato dal pensiero della passeggiata che più tardi dovrò fare con lei. Ho letto da qualche parte che i sogni sono una rappresentazione onirica dei pensieri! Mah! Sento che mi sto ficcando in un bel pasticcio! Forse sarebbe stato meglio non averla invitata ad uscire, del resto ci conosciamo appena! Sarà una ragazza diversa dalle altre? Avrà un’altra visione della vita? Chissà quali pensieri le passano per la testa!

28

Mentre rifletteva, si preparò in fretta ed uscì.
Anche durante l’attesa dell’autobus, fu assalito dai timori. Ma chi me lo fa fare?! Non mi bastano i miei problemi? E se questa scambia il mio interesse per qualcos’altro, poi, come la mettiamo? Forse sarebbe meglio tornare a casa, telefonarle e disdire l’appuntamento. Dovrei inventarmi una scusa plausibile! Come faccio? Io non sono bravo a mentire, mi farei scoprire subito! Beh, forse non è giusto, avrei dovuto pensarci prima, magari ieri. Ci rimarrebbe male. Non se lo merita!
Ormai mancava solo qualche fermata, per arrivare nei pressi della villa e scendere. E’ troppo tardi per tornare indietro, pensava, ma subito un pensiero lo rallegrò: chissà come sarà contenta di uscire da sola con un ragazzo! No! Non è giusto procurarle questa delusione. Si è vero. Ma se poi, tra di noi dovesse nascere qualcosa...? Io non sono il tipo giusto... proprio non mi ci vedo accanto a lei… e che penseranno le mie amiche...? E Giacomo...? E i miei genitori...? E i miei parenti...? E... Ma che sto a pensare?! E’ solo una passeggiata!

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All’appuntamento arrivò con un po’ di ritardo, a causa del traffico. Scorse subito il gruppetto fermo davanti all’ingresso dei giardini pubblici.
Aveva il cuore in tumulto, si sentiva emozionato.
Che strano, pensò, avvicinandosi al gruppetto, mi sento come quando in terza media sono uscito per la prima volta con una ragazza. Giulia! Che fine avrà fatto? Mi piacerebbe rincontrarla, aveva la faccia piena di brufoli.
Nicoletta gli si mosse incontro, sorridendo con entusiasmo, come quando si supera un esame per un soffio. Forse temeva che quel ritardo fosse indice di un ripensamento e che non si sarebbe presentato. Era vestita come quando l’aveva conosciuta. Lìal bar del lido, come se portasse una divisa. Ben truccata. Il mascara le esaltava gli occhi verdi, dietro le lenti. Per un attimo, gli sembrò fuori luogo quella sedia a rotelle, come se lei fosse seduta lìper caso.
«Salve a tutti! Scusatemi il ritardo, ho avuto...»

29

«Lascia stare...! Presentazioni!! Questa è la mia amica Elena. Stava al mare con me, ti ricordi?»
«Beh, forse?!»
«E questo è Renato, suo fratello. Ricordo di avertene parlato?!»
Renato era un tipo da palestra, tutto muscoli, capelli rasati, barbetta, sembrava il genio della lampada.
«Piacere, Giovanni!»
«Vedo che si è fatto tardi!» esclamò Elena guardando l’orologio «Io e mio fratello dobbiamo sbrigare delle faccende. Ci vediamo qui tra due ore esatte. Non fatevi attendere!»
«D’accordo!» rispose Nicoletta con aria soddisfatta.
«Arrivederci e buona passeggiata!»
«Grazie! Ciao.»
Dopo qualche passo Elena si voltò. «Mi raccomando...!» esclamò con un sorriso malizioso.
Rimasero soli, calò il silenzio, Giovanni si sentiva a disagio. Si guardava attorno, aveva la sensazione che tutti li stessero osservando. In realtà era lui che cercava lo sguardo degli altri, per capire cosa stessero pensando. Nicoletta percepìil suo disagio, e fissandolo con sospetto gli fece un cenno con il capo, come a chiedergli: “cosa c’è?”. Sentendosi scoperto, si schermìdicendo: « Mi stavo chiedendo dove ti piacerebbe andare?!»
«Ovunque!»
«Vorrei portarti sulla terrazza del Belvedere, da lì, si gode un bel paesaggio della montagna.»
«Buona idea! Cosi mi indicherai l’itinerario che hai fatto domenica.»
Imboccarono un vialetto alberato, con vecchie panchine in ferro battuto. Qualcuna era occupata da anziani sonnolenti, altre da giovani coppie abbracciate.
«Ti posso spingere?»
«No! Grazie! Ci riesco da sola. Mi fa bene un po’ di moto. Ne ho proprio bisogno. Il terapista me lo raccomanda sempre.»

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Si incamminarono affiancati. Lei spingeva le ruote con delicatezza. La carrozzina traballava sul selciato. Giovanni, inizialmente non sapeva come graduare l’andatura, temeva di essere troppo veloce, ma lei lo rassicurò.
«Allora? Come stai? Ti sei ben riposato?»
«Bene, grazie! Non sento più il dolore ai polpacci. Però mi brucia ancora una vescichetta al tallone sinistro... Ma che guardi? Mi sembri preoccupata»
«Hai ragione! Mi chiedo cosa sia accaduto alla villa?! Non venivo da più di un decennio. La ricordavo ben curata, con disegni floreali impeccabili. Era il vanto di tutti i cittadini. Ma cosa è accaduto?»
«Beh, i tempi cambiano e gli amministratori pure. Inoltre, è stata utilizzata anche per organizzarci feste e mercati.»
«Si, l’ ho sentito dire, mica vivo sulla luna, però non me l’aspettavo ridotta così!»
«In quelle occasioni succede di tutto. Viene gente, che del verde non gli importa proprio un bel niente. Le aiuole ed i viali vengono invase e calpestate da torme di ragazzini con voglia di vandalismo, la gente deposita rifiuti dove e come può, i commercianti installano i cavi elettrici volanti e le strutture prefabbricate pianta-spianta dove possono, occupando anche spazi vietati. Purtroppo la vigilanza in queste occasioni, non è sempre capillare e quindi…»
«Però! Un vero peccato!»
«Pazienza! Che ci possiamo fare. Mi dispiace, non te l’aspettavi cosìmalridotta. Sei delusa, vero? E pensare che hai chiesto di venire qui, con tanto entusiasmo.» Mentre dialogavano, Giovanni si guardava attorno, non capiva cosa ci fosse di diverso. I giardini pubblici li ricordava sempre cosi. Non si era mai accorto di questa trasformazione. Del resto succede cosi anche con se stessi. Uno si guarda allo specchio tutti i giorni e non si accorge di invecchiare. Poi un giorno, osservi una vecchia foto… e te ne accorgi.

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«Delusa proprio no! Solo dispiaciuta, perché me la ricordavo diversa. Ma sono contenta lo stesso. Eccome! Da anni, sognavo di venirci un giorno, da sola con un ragazzo. Come fanno tanti. Pensavo mi fosse impossibile, ed invece… eccomi qui. Vorrei però, che questo momento non finisse mai. Due ore, dopo tanta attesa, mi sembrano troppo poche.»
La pendenza del vialetto, iniziava ad aumentare, snodandosi con andamento serpeggiante. Il tratto imboccato, conduceva alla terrazza panoramica. Giovanni si accorse che lei iniziava ad affaticarsi, rallentando l’andatura a tal punto che sembrava volesse fermarsi, ma tirava avanti.
Adesso le chiedo se ha bisogno di aiuto, e se si offende? E se mi risponde di no? Beh, io glielo chiedo lo stesso!
«Se ti serve un volontario per spingerti… eccolo!»
«Grazie!» rispose lei quasi ansimando. continua...








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