Volontario per educazione
Fin dalla nascita, nel 1956, e fino all’età di circa quattro anni, cioè fino a quando ai miei genitori non fu assegnata una casa popolare a Nesima Superiore, un quartiere periferico di Catania, trascorrevo molto tempo a casa dei miei nonni materni. Abitavano a qualche centinaio di metri da casa nostra e, la mattina, mia madre mi lasciava da loro per accompagnare mia sorella Rosetta all’asilo, fare la spesa e occuparsi della casa.
Con i miei nonni viveva Vincenzo, un loro giovane figlio disabile. Allora questo termine non esisteva e la persona con disabilità veniva indicata con un termine dialettale ormai desueto: affisu. La parola aveva un duplice significato: afflitto, per esempio dalla menomazione fisica, oppure affisso, cioè inchiodato, per esempio, a una sedia a rotelle.
Trascorrevo le giornate giocando con i gatti e facendomi coccolare dai miei nonni e da zio Vincenzo, che io chiamavo “pattrozzu”, cioè padrino, perché mi aveva battezzato.
U pattrozzu era diventato disabile a causa di una banale caduta dalla bicicletta, quando aveva circa vent’anni. Si era ferito a un ginocchio, la ferita si era infettata e, all’ospedale, lo avevano curato male. Era il 1946, la guerra era appena finita, e nonostante mio nonno Peppino si fosse “svenato” per comprare la penicillina al mercato nero, alla fine gli dovettero amputare una gamba.
Era un tipo cordiale e molto spiritoso. Proprio durante quel drammatico periodo della sua vita conobbe e fece amicizia con tanti giovani mutilati e disoccupati come lui. Alcuni frequentavano la sua casa: giocavano a dama, a carte, scherzavano e io stavo insieme a loro.
Di quel periodo ho tanti ricordi, alcuni un po’ vaghi, ma non potrò mai dimenticare i richiami dei miei nonni quando, per gioco, imitavo l’andatura zoppicante del mio pattrozzu e dei suoi amici, mi dicevano: "Attentu cchi sta facennu, si passa l’àngilu e ti viri, arristì pi sempri accussì!" e io per il timore smettevo.
A quell’età, nella primissima infanzia, è piuttosto normale imitare i gesti degli altri, soprattutto quando sono ripetitivi e particolari e, proprio per questo, divertono. Mia nonna, e anche mia madre, con la storia "dell'angelo" e con i successi insegnamenti mi fecero però capire che dovevo rispettare quelle persone: quello che a me sembrava un gioco e magari mi divertiva non era affatto un gioco per loro, ma una sofferenza e una fonte di disagio. Mi insegnarono, invece, che avrei dovuto aiutarle.
Quando iniziai a frequentare l’asilo, a Nesima Superiore, in quello che oggi è un edificio destinato ad accogliere giovani extracomunitari, nella mia classe c’era un bambino che portava dei tutori alle gambe a causa della poliomielite. Non usava bastoni: si appoggiava dove poteva e cadeva spesso. Se ne stava in disparte, pensieroso.
Mi fu subito simpatico. Il suo modo di camminare mi ricordava tanto mio pattrozzu e i suoi amici, così come gli insegnamenti che avevo ricevuto dai miei nonni e da mia madre su come rapportarmi e comportarmi con le persone “affisi”, cioè disabili.
Facemmo subito amicizia e scoprimmo di abitare nella stessa zona. A quei tempi, nei primi anni Sessanta del secolo scorso, i pericoli per strada erano relativamente pochi: c’erano ancora pochissime automobili in circolazione e si guidava con maggiore attenzione. Così, nonostante la nostra giovanissima età, dopo i primi mesi cominciammo ad andare all’asilo senza essere accompagnati da un adulto, a piccoli gruppi.
Quel ragazzino camminava accanto a me e si sorreggeva a una mia spalla; io, consapevole delle sue difficoltà, camminavo lentamente. Anche all’asilo ero quello che più spesso lo aiutava. Lo accompagnavo persino in bagno e lo sostenevo per le spalle mentre faceva pipì, per evitare che perdesse l’equilibrio e si bagnasse.
Continuammo a frequentarci fino alle scuole medie. Poi fu ricoverato in un istituto e non lo vidi più. Ricordo che, con gli altri compagni di gioco, sotto casa modificavamo spontaneamente i giochi per permettergli di partecipare senza discriminazioni. Per esempio, quando giocavamo a pallone, lui faceva il portiere. Stava seduto per terra, al centro della “porta”, delimitata da due grossi sassi posizionati alla giusta distanza, in modo che, inclinando il corpo di lato, potesse afferrare facilmente il pallone. I tiri erano volutamente ravvicinati e a bassa intensità. Ci divertivamo insieme.
Quando avevo circa sedici anni, a volte il pomeriggio andavo alla biblioteca comunale di via Manzoni. Mi piaceva leggere un po’ di tutto e ascoltare la musica classica con le cuffie, perché a casa non avevo un giradischi.
Un giorno mi sedetti accanto a una ragazza, pressappoco della mia età. Portava gli occhiali come me ed era intenta a leggere e ad ascoltare musica. Ci urtammo più di una volta con le braccia e ci sorridemmo. Era carina.
Quando arrivò l’ora di chiusura e ci alzammo, mi accorsi subito che portava un tutore ortopedico a una gamba, sotto i pantaloni, dal modo di zoppicare nel camminare.
Per me, anche grazie agli insegnamenti ricevuti in tenera età e all’esperienza maturata con il mio compagno d’asilo e poi di giochi, fu naturale proporle di accompagnarla a casa. Lei, però, inizialmente era quasi infastidita dal mio atteggiamento e si stupiva del modo in cui mi comportavo con lei.
Cominciammo comunque a frequentarci assiduamente e, come si dice in dialetto, “si ficiru i ficu”, un’espressione che indica qualcosa che si risolve positivamente, che matura. In altre parole, flirtammo per diversi mesi. Poi, come spesso succede a quell’età, tutto finì più o meno come era cominciato.
Tra le tante cose che ancora ricordo e che mi fanno sorridere, c’è il modo in cui andavamo a ballare. Io indossavo dei pesanti scarponi militari, gli anfibi, che avevo comprato usati al mercato. Lei saliva sopra i miei scarponi e ballavamo abbracciati, anche per evitare che perdesse l’equilibrio. Nei balli lenti, in questo modo, riusciva a mantenere il “passo” della danza.
Purtroppo, di quell’esperienza giovanile conservo anche alcuni ricordi spiacevoli, che però mi sono stati molto utili quando ho scritto il mio primo romanzo. Ricordo gli sguardi indiscreti e i commenti di alcuni parenti e amici, che non capivano che cosa avessi “visto” in quella ragazza disabile.
Cinquant’anni fa, ma per certi versi ancora oggi, i pregiudizi nei confronti di chi è diverso resistono. Eppure “diverso” non lo è affatto: è semplicemente una persona che è stata sfortunata. Quello che è capitato a lei poteva, e può, capitare a chiunque. Nonostante ciò, la società spesso etichetta e discrimina.
Ricordo anche i miei iniziali ripensamenti e timori nell’approccio sentimentale con quella ragazza, così come le sue confidenze, anche molto intime, e i suoi stati d’animo. Erano quelli, normali, dell’adolescenza, ma appesantiti dal suo evidente problema fisico, che condizionava anche il modo in cui viveva il proprio corpo e il modo di vestirsi. Le sue coetanee mettevano in mostra le gambe con gonne e minigonne; lei, invece, le nascondeva sotto i pantaloni. Soffriva anche per l’impossibilità di indossare le scarpe che le piacevano e che vedeva sfoggiare alle compagne di scuola, perché fin da piccola era costretta a portare degli orribili scarponcini ortopedici neri.
E poi c’erano le barriere architettoniche, che rendevano ancora più difficile una vita già complicata.
Anni dopo, quando ero poco più che ventenne, scoprii dell’esistenza a Catania di un’associazione singolare, per quei tempi, e coraggiosa: il Club Aldebaran (vedi approfondimento a lato).
Ci ero capitato quasi per caso. Lo frequentava una ragazza che piaceva a un mio amico e così eravamo andati a trovarla. Appena entrammo rimasi quasi frastornato. Era in corso una riunione e quasi tutti i presenti erano giovani disabili, alcuni già adulti. Molti erano in sedia a rotelle. C’erano donne e uomini e tutti parlavano in modo molto battagliero dei propri diritti negati e di come combattere l’emarginazione alla quale erano costrette tante persone disabili.
Aderii con entusiasmo all’associazione.
Ricordo che creammo un “collettivo” dal nome molto evocativo, “Lotta all’Emarginazione”, e cominciammo a stampare con il ciclostile un giornale .
Su indicazione di chi li conosceva, andavamo a casa di altre persone disabili per convincere i loro genitori a farli uscire di casa, senza timori o "vergogna", per far parte del Club Aldebaran e a partecipare all’intensa attività sociale che vi si svolgeva, dentro e fuori dalla sede: gite, mangiate, teatro, manifestazioni, cineclub e molto altro.
Il Club aveva un pulmino e pagava un simpatico giovane autista. Due pomeriggi alla settimana, a turno, si andava a casa di tutte quelle persone disabili che non potevano raggiungere autonomamente la sede, magari perché avevano gravi difficoltà motorie o abitavano in edifici privi di ascensore.
Tra quei tanti giovani disabili, che altrimenti sarebbero forse stati condannati a una vita di solitudine e tristezza, sbocciò anche l’amore e molti si sposarono.
Ricordo in particolare una coppia, Pina e Saro, entrambi in sedia a rotelle. Contro il volere di alcuni loro congiunti fecero la classica “fuitina” e lei rimase incinta di un bel bambino.
Ricordo anche il loro matrimonio: entrambi davanti all’altare, seduti sulle rispettive sedie a rotelle, con accanto anche alcuni testimoni in sedia a rotelle.
Per me, aver frequentato per alcuni anni il Club Aldebaran, anche dopo essermi sposato, è stata un’esperienza indimenticabile, qualcosa di molto più profondo di un semplice volontariato.
Con molti dei soci disabili sono rimasto legato da una bella e salda amicizia, un legame che è durato fino alla loro scomparsa.





