Ai bambini, fin dal primo anno, si insegna a camminare, a parlare, li si educa ad autogestirsi, a fare la cacca e la pipì, a relazionarsi con gli altri. Tra i primi insegnamenti che ho ricevuto ci fu anche quello di come rapportarsi con le persone disabili, che all’epoca venivano chiamate, in dialetto, “affisi”, cioè “offesi”, offesi nel fisico: mi insegnarono a non temerli, a non discriminarli e a collaborare con loro. A casa dei miei nonni materni ho trascorso tutta la mia primissima infanzia. La casa dei miei genitori distava un centinaio di metri dalla loro e, la mattina, mia mamma mi lasciava da loro per andare a fare la spesa e occuparsi della casa. Dai miei nonni viveva un loro figlio, u pattrozzu Vicenzu, il mio padrino di battesimo, ancora scapolo. Quando era poco più che ventenne, a causa di una banale caduta dalla bicicletta, si era ferito a una gamba. La ferita si era infettata e, all’ospedale, lo avevano curato malamente. Era il 1946, la guerra era appena finita, e nonostante mio nonno Peppino si fosse “svenato” per comprare la penicillina al mercato nero, alla fine si dovette ricorrere all’amputazione della gamba. Mio “pattrozzu” era una persona estremamente allegra e laboriosa (la prima protesi alla gamba se l’era costruita da sé...). Era ricco di amici, molti dei quali erano giovani “affisi”, cioè menomati a causa dei bombardamenti, della recente guerra oppure perché erano rimasti vittime dell’attività dei “recuperanti”. Erano persone che, per guadagnare qualcosa, recuperavano i tantissimi proiettili rimasti inesplosi, li smontavano e ne vendevano il contenitore metallico. A volte, però, quei proiettili esplodevano... Si scambiavano le visite e si riunivano in gruppi nelle rispettive abitazioni per mangiare insieme e fare "baldoria". A mio “pattrozzu” piaceva suonare il mandolino. Questi giovani mi vezzeggiavano; chi poteva mi prendeva in braccio, oppure mi chiedeva dei piccoli servizi, come prendere il loro bastone o accompagnare in bagno Carlo, un ex “recuperante” che era rimasto quasi cieco e aveva perso un avambraccio, tenendolo per mano. Mia nonna mi invogliava a stare con loro, ad accettarli, ad “aiutarli”. Io sono cresciuto così. Poi quando iniziai a frequentare l'asilo, nella mia classe --- DA COMPLETARE