franco politano: una persona, tante persone in una


Estratto del romanzo: Una storia... e gli altri"







A Sebastiano e Federica
i miei figli del cuore


Piero uscì di casa sbattendo la porta. Un secco rumore echeggiò per le scale e nell’appartamento. Una botta inattesa a quell’ora tarda, ma probabilmente eloquente per i vicini che, l’indomani, avrebbero avuto di che spettegolare.
«Ma vai a quel paese...!» fu il commento di Elena a quel fragore.
La infastidiva il fatto che con quel gesto il marito aveva reso palesi i loro problemi. Questa situazione l’avviliva. Non accettava l’idea che proprio lui non riuscisse a comprenderla appieno e a condividere insieme un desiderio per lei intimo e naturale. Lui continuava a sostenere che la loro vita a due andava bene ed era meravigliato del fatto che la moglie avesse cambiato idea. Infatti le ricordava che spesso proprio lei, in più occasioni, aveva sostenuto che in un matrimonio non era determinante avere figli.
Inutilmente Elena aveva provato a fargli capire che una cosa è esprimere un giudizio su un argomento che in quel momento non ti tocca, tutt’altro è esserne direttamente coinvolta.
Mentre faceva queste considerazioni, si accovacciò sul divano a fissare il vuoto. “Con questo gesto Piero ha oltrepassato ogni limite! Finora ai nostri screzi quotidiani ho risposto con un atteggiamento conciliante, tenendo fede a quel proverbio che recita: chi ne toglie una ne toglie cento ma ora basta! Non la passerà liscia...! Io mai... dico mai, mi sono permessa di lasciarlo in ‘asso’ uscendo di casa così! Mai! E ne ho avuti di motivi, vista la situazione! Se mi ritrovo così, lo devo proprio a lui.”
Questo pensiero la fece sentire in colpa nei confronti del marito. “Però anche lui ‘poverino’ ne era ignaro, che ne poteva sapere di avere pochi spermatozoi, sembrava tutto a posto!”
Guardò l’orologio. “Quasi mezzanotte. Se per l’una non rincasa, io di certo non lo cercherò al telefonino... ma domani cambierà tutto! Eh sì, tutto, proprio tutto!”
Continuò ad arrovellarsi con questi propositi. Non le andava proprio giù l’idea che lui non desse il peso giusto al suo desiderio di maternità. Sapeva che anche lui aveva attraversato un brutto momento, che si era sentito in colpa nei suoi confronti. Inadeguato. Glielo aveva detto più volte. Anzi, le aveva giurato che se avesse avuto un pur minimo sospetto sul suo problema, probabilmente adesso non si sarebbero ritrovati in questa situazione, perché avrebbe scelto di non sposarsi.

CRONACA DI UN ’ ADOzIONE       11

probabilmente adesso non si sarebbero ritrovati in questa situazione, perché avrebbe scelto di non sposarsi. “L’una... cazzo l’una e mezza, e non rincasa!” Il telefono continuava a rimanere muto.
«E va bene - esclamò Elena con le lacrime agli occhi - e così che la pensi...?! Domani ti farò sapere come la penso io!»
Le lacrime divennero più copiose, iniziava a sentire brividi di freddo, si mise a letto. Tanti ricordi le venivano in mente: il primo bacio, lo scambio delle fedine argentate, il corso prema- trimoniale, la ricerca dei mobili su misura, un piccolo apparta- mento in un nuovo quartiere di periferia e poi le nozze, la luna di miele, i primi tempi felici.
Le lacrime continuavano a inzupparle il colletto della camicia da notte, le colava persino il naso. Si erano fatte le due meno venti, Piero ancora non rincasava. Ormai ne era certa: il futuro per loro non sarebbe stato più lo stesso.

Il chiarore del primo sole penetrò attraverso i vetri illuminando le palpebre socchiuse di Elena. Quella luce la destò. Apri gli occhi e si accorse che sul comò facevano bella mostra un mazzetto di margherite con un biglietto appeso ad uno stelo. Si alzò e prese il biglietto: “Perdonami!” Sorrise, carezzò lievemente i fiori odorandoli. Poi, indossando la vestaglia, si avviò in lavanderia, da dove provenivano dei rumori sospetti: Piero stava rovistando nel vecchio armadio a muro.
«Ciao amore...» esclamò e si avvicinò intimidito.
Elena sorrise e gli buttò le braccia attorno al collo. Rimase in silenzio, stretta a lui ad osservare il pavimento. Fu questione di qualche attimo. Poi lo guardò diritto negli occhi e disse: «Cosa stai combinando?»
«Dobbiamo uscire di buon mattino. Abbiamo un appuntamento con gli amici nei pressi del Rifugio Brunek sull’Etna per le nove e dobbiamo fare in fretta, perché per giungerci ci aspetta un bel tratto di autostrada. Non ricordi?»
«Dobbiamo, hai detto?! Sei sicuro che abbia voglia di uscire? Ho sonno...» rispose lei con voce stanca.
«Ne abbiamo bisogno entrambi! Ci farà bene stare in compagnia. Negli ultimi tempi ci stiamo isolando un po’ troppo dagli
12 FRANCO POLITANO amici e pure tra di noi...». Parlava a tentoni, forse temeva di scatenare una nuova bufera.
«Tra di noi...?!» disse lei guardandolo in faccia. «Ma se fino a ieri sera proprio tu mi hai piantata uscendo senza salutare e sbattendo la porta. Sei tu che ti stai allontanando da me. Eviti di parlarmi e se cerco di affrontare l’argomento ti arrabbi.»
«Hai ragione, ho sbagliato, lo ammetto!» rispose lui abbassando lo sguardo. « Ieri sera ho ecceduto, lo riconosco. Ma pure tu...!»
«È vero, ma io so quel che faccio. Del resto, il mio intento è quello, e sono certa di riuscirci! Tante donne ci sono riuscite, persino di una certa età!» rispose lei convinta, col tono di chi non vuole essere contrariata.
«Ascolta - disse Piero mentre si affannava a riporre con cura nello zaino la roba che aveva accumulato sul tavolo - perché non rimandiamo a domani questo discorso? Magari la nuova proposta di legge non passerà e i tuoi timori resteranno infondati. Non credo che il governo cancellerà con un colpo di spugna le legittime aspirazione di tante coppie. Non capisco come si possa definire per legge una esigenza così naturale, peraltro da persone che magari il problema – per fortuna loro – non lo vivono.»
«Vedo che stai iniziando a comprendere.»
«Ascolta bella mia! Guarda che il sottoscritto non è insensibile come pensi. È che ti voglio bene e non mi va che ti accada qualcosa di irreparabile!»
«Ma chi ha detto che mi debba accadere qualcosa di irreparabile?»
Piero tagliò corto: «Ne riparleremo con calma domani. Oggi godiamoci questa bella escursione, e non pensiamo ad altro. Dai! Preparati... Troverai la colazione in cucina e ricordati di vestirti a ‘cipolla’ così sarà più facile toglierti qualche indumento se avrai caldo.»
Elena avrebbe desiderato aggiungere qualcos’altro, ma seguì il suo consiglio. Forse non aveva tutti i torti, pensò. Sarebbe servita a entrambi una giornata diversa. La presenza degli altri anche se non l’avrebbe distolta dai suoi problemi, almeno avrebbe diradato l’occasione di qualche scaramuccia dagli esiti imprevedibili
CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 13 L’asfalto umido fuggiva veloce sotto i pneumatici. La strada si arrampicava con continue curve e tornanti; colpiva la varietà del territorio che si attraversava. Lungo i margini della strada era un susseguirsi di case che più avanti si diluivano tra i vigneti sostituiti più su da zone incolte e grigie contornati dai coni di antichi crateri.
L’imponente montagna fumante faceva da sfondo da una parte, mentre dall’altra il versante degradava verso il mare lontano, con Taormina in lontananza.
Dopo qualche chilometro, l’auto si addentrò in un fitto bosco di querce, castagni, cerri.
L’umidità mattutina si faceva sentire. La brina appannava i vetri. Piero spesso armeggiava con il pomello della ventola di aerazione e ogni tanto apriva e socchiudeva il finestrino.
Elena se ne stava rannicchiata, adagiata un po’ di fianco sul sedile, le gambe ripiegate su se stessa e le mani congiunte tra il tepore delle cosce.
Lei teneva gli occhi socchiusi, sembrava che dormisse. Nella mente il ricordo di quel sogno che le aveva travagliato la notte passata, quasi come un incubo. Lei felice con un bebè stretto al seno. Un morbido e profumato neonato. Tutto suo. Non riusciva a capire come e quando fosse diventata mamma. Tutto intorno era confuso. Si trovava su un letto di ospedale... no! Era il suo lettone di casa! Su un prato fiorito! Era tanto felice. Poi mentre si apprestava a dargli la poppata, con il cuore carico di amore verso quell’esserino indifeso, ad un tratto si ritrovava con le braccia vuote e quel bambino tra le braccia di un’altra. Tutto intorno si faceva cupo, evanescente. Veniva assalita da un senso di solitudine e d’impotenza. Provava a dire qualcosa, chiedere, implorare... ma le mancava la voce. Muta. Gesticolava affannosamente. Si ritrovava tra tante mamme felici e lei terribilmente sola. Una di queste, avvicinandosi, le sussurrava qualcosa invitandola a seguirla. Il luogo cambiò. Ma la luce del giorno improvvisamente l’aveva ridestata interrompendo il sogno. Ricordava chiaramente tutto, ma le sfuggiva il luogo e cosa le stesse sussurrando quella donna. Solo tanta confusione. Un senso di vuoto l’assalì. Provava ancora la sensazione di tenere quel neonato in braccio. Di sentirne ancora l’odore...
Provò a distrarsi. Aprì gli occhi. Piero le stava accanto intento a guidare. Fissava la strada. Osservandolo notò che gli si era formata la fossetta
14 FRANCO POLITANO sulla guancia. Fissava la strada. Osservandolo notò che gli si era formata la fossetta sulla guancia. Quella fossetta che a lei piaceva tanto.
«Cosa pensi…?» chiese Elena.
«Ma tu non stavi sonnecchiando?»
«Pensi sia facile riuscirci con questo continuo sballottamento? Mi auguro che la levataccia di stamane ne valga la pena…»
«Donna di poca fede! Ti ricordo che le escursioni organizzate dal sottoscritto sono sempre state un successo.»
«Non hai ancora risposto alla mia domanda.»
«Cosa ti fa credere che stia pensando a qualcosa?» chiese lui guardandola.
«Guarda la strada! Attento! Non ho intenzione di diventare una notizia sulle pagine dei giornali di domani. Mentre guidavi ho osservato che sorridevi, perché?» Fece una pausa e poi, con voce amabile, aggiunse: «Puoi dirmi a cosa pensavi?» Finì la frase con una moina.
Piero tambureggiò con l’indice sulla propria tempia. «Temi che sia ammattito perché sorridevo da solo?»
«E perché no?!» rispose lei sorridendo.
«Brava! Mi compiaccio. Mi fa piacere apprendere che su di me hai un’ottima opinione! Ricordavo l’inizio del nostro rapporto e il timore che saresti rimasta incinta. E invece...»
Elena non rispose.
La strada si stava facendo sempre più ripida, serpeggiava attraverso un bosco di alberi d’alto fusto.
Piero si fece serio ed esclamò: «Ieri sera... Ti prometto che non lo farò più. Scusami!» Fece una pausa, rimase per qualche secondo in attesa di qualcosa e poi continuò: «È che mi fa rabbia il fatto che ci stiamo facendo dissanguare da questo e da quello senza conclusioni.» Per qualche istante restò in silenzio.
«Ascolta, se siamo destinati ad avere figli prima o poi arriveranno, anche senza cure!»
Elena si rabbuiò e con stizza esclamò: «Ma tu ogni volta che parliamo con un medico, a cosa pensi? Mi pare che hanno sempre detto che con la tua situazione è quasi matematicamente impossibile che riesca a rimanere incinta spontaneamente!»
«Per quello non ci siamo riusciti neppure con tutte queste cure e... con tutti questi soldi!»
CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 15 «Se tu ponessi più attenzione a quello che dice il dottore, adesso non staresti a dire così!»
«Sì... » rispose lui come per scherno. «Cos’è che non ho capito?»
«Ha detto che con questa tecnica prima o poi ci riusciremo, quasi tutte le donne che lui ha seguito sono adesso mamme felici. E anche con parti gemellari...»
Piero non la fece finire: «Già! Sono mesi che ripete questo ritornello. Io so solo quanto costa la musica che l’accompagna!»
Elena sospirò e si girò a guardare fuori dal finestrino.
«La stessa cosa la diceva anche quell’altro, quel professorone…» continuò Piero. «Come si chiamava… lì, all’ospedale! Doveva essere tutto gratis ed invece, guarda caso, ogni mese qualche apparecchiatura non funzionava a dovere e con suo grande dispiacere era costretto ad ultimare l’operazione nello studio privato. Com’era affranto, poveraccio… Poveraccio il mio portafogli!» Parlava con sarcasmo, alternava lo sguardo tra la strada ed Elena.
Lei invece continuava a guardare fuori. «Hai finito?» esclamò adirata, continuando a guardare dal finestrino.
Lui non rispose.
Ad un tratto Elena si sentì scivolare tra le mani la mano del marito. «Non è il momento, pensa a guidare!»
«Solo tanto per riscaldarla un po’...»
Dopo un po’ Piero esclamò: «Ecco siamo arrivati. Vedo le loro auto posteggiate, ma non c’è nessuno. Ci staranno attendendo al rifugio della Forestale.»
Dopo aver posteggiato l’auto accanto ad alcuni chalet in legno, s’inoltrarono nella strada sterrata che tagliava il bosco.
Piero con lo zaino sulle spalle si incamminò con passo deciso, mentre Elena lo seguiva lentamente con il viso imbronciato e il passo incerto. Era pensierosa. Si sentiva incompresa. Ripensava a quell’ennesimo battibecco.
Nel silenzio del bosco si sentiva in lontananza un suono di campanacci.
Lui provò a rompere il ghiaccio. «È un itinerario molto bello, sai? Conduce in una zona tra le più selvagge e panoramiche
16 FRANCO POLITANO della montagna ed è pure ricca di grotte.»
Lei si guardò intorno ma non rispose. Solo alberi, rocce e cespugli in tutte le direzioni. L’aria era fresca, odorava di erba bagnata e di resina, si sentivano degli scricchiolii tra gli arbusti del sottobosco, cinguettii e svolazzi tra i rami.
Piero respirava a pieni polmoni. Quell’aria era un ‘balsamo’ rivitalizzante. La invitò a fare altrettanto, ma lei se ne stava silenziosa.
Più avanti il suono dei campanacci si fece più distinto. Ad un tratto dal folto di un cespuglio sbucò una timida pecora. Avanzava a zig-zag, si fermò ad osservarli e poi con uno scatto sbilenco tagliò il sentiero proseguendo. Altre pecore sbucarono come per incanto dai cespugli e dall’erba alta del sottobosco.
Piero si fermò e preparò la macchina fotografica. In un attimo tra la vegetazione si materializzò un gregge che avanzava compatto verso di loro. Il silenzio fu squarciato dallo scampanio misto al belare delle pecore e agli strilli flebili degli agnelli. Si udirono dei cani abbaiare; due fischi lacerarono l’aria accompagnati da un urlo incomprensibile.
Quell’insolito spettacolo inquietò Elena, una sensazione di insicurezza l’assalì. Tutti i suoi pensieri di colpo svanirono e con passò lesto si accostò al marito. Piero la strinse a sé baciandole la fronte ed Elena si sentì protetta.
Le prime pecore impaurite si scostarono di scatto e con rapi di saltelli attraversarono il sentiero seguite da tutte le altre. In un attimo Elena e Piero si ritrovarono immersi in un fiume di lana fluttuante.
«Guarda quell’agnellino!» esclamò Piero.
«Com’è piccolo, fa tenerezza. Ce ne sono altri lì e là...» disse Elena.
«Ora te lo prendo!» aggiunse Piero, ridendo.
«No, no. Lascialo stare, che fai? Ci sono i cani!»
Piero non le diede retta, anzi, continuava a ridere mentre afferrava e sollevava un agnellino impaurito. La invitò a prenderlo in braccio, ma lei rifiutò atterrita. Si limitò a carezzarlo. Sembrava di peluche. Era morbido e caldo. Per un attimo le venne in mente il ricordo di quel sogno. Il sopraggiungere provvidenziale del pastore la liberò dall’incredibile, ma affascinante situazione.
CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 17 Passato il gregge, Elena e Piero, mano nella mano, ripresero il cammino. Dopo una ventina di minuti raggiunsero una bella radura erbosa con un edificio rustico da un lato: la Caserma Pitarrone della Forestale, dove gli amici li stavano attendendo.
Elena notò delle facce nuove e diversi bambini. Piero adagiò lo zaino accanto a un muretto e insieme salutarono uno per uno i presenti.

Il gruppo si diresse verso il margine della radura, incamminandosi per il sentiero che si inoltrava nel bosco. Un centinaio di metri dopo, in prossimità di un’ampia curva, fece una sosta per osservare uno sprofondamento del terreno tra gli alberi, dovuto al crollo di un antico tunnel di lava.
Tutti ripresero il sentiero che saliva leggermente, curvando tra gli alberi. Qualcuno, dal passo più lento, iniziò ad attardarsi. I ragazzini si rincorrevano felici e spensierati.
Elena si accodò ad una signora dai capelli rossicci e dal fisico asciutto, che si fermò ad attenderla. «La pendenza si fa sentire alle gambe, vero?»
Elena rispose con un cenno.
Ripresero a camminare affiancate.
Di Piero neppure l’ombra. Sicuramente stava in testa al gruppo. Del resto lui era allenato a questi percorsi: ripeteva sempre che certe località si apprezzano di più se sono difficili da raggiungere.
«Non ho compreso bene il tuo nome? - le chiese Elena - Sei nuova del gruppo?»
«Adelaide! Lo frequentavo da ragazza. Dopo il matrimonio ci siamo trasferiti per qualche tempo: mio marito lavorava fuori. Al nostro rientro, avevamo ripreso a frequentarlo, ma sono arrivati i bambini e la nostra vita è cambiata da così a così!» disse con un eloquente gesto della mano. «Tuo marito è sempre allegro, non cambierà mai!» aggiunse.
«Con i suoi amici, forse!» rispose Elena con sarcasmo.
«Siete sposati da tanto?»
«Quasi cinque anni…» Elena presagì la domanda successiva. Era sempre così. In passato si limitava a rispondere che volevano godersi la vita. Ma con il passare degli anni si era resa conto che questa risposta non era più sostenibile, e tagliava corto
18 FRANCO POLITANO rispondendo con frasi di circostanza. Così anticipò la risposta:«Attualmente sono in attesa che si liberi un posto presso un tributarista amico di Piero. Devo fare il praticantato per poter conseguire l’abilitazione, poi penseremo ai figli! Però non ti nascondo che stiamo bene anche così!»
Adelaide annuì, si controllò le unghie di una mano:«Capisco...» disse. «Però, non ti stavo chiedendo dei figli, questi sono fatti vostri, anche se credimi non è la stessa cosa! Il rapporto, in una coppia senza bambini, col tempo si appiattisce. Te lo dice una che…» Stava per aggiungere qualcos’altro, ma fu distratta dall’apparire improvviso di un ragazzino dai capelli neri. «Mamma ho sete!»
Mentre Adelaide gli versava l’acqua, una bambina si avvicinò ed esclamò: «Mamma, anch’io ho sete!»
Elena osservò il viso della bambina con attenzione, poi si voltò a osservare quello del fratello, quindi si rigirò nuovamente verso la sorellina. Era una bambina biondissima e dal colorito roseo. Un tipo spigliato. «Hai dei bei bambini!» esclamò.Poi, sfiorando con la mano la testa della bambina, osservò: «E lei da chi ha preso questo bel colore dei capelli?! Sembra un angioletto!»
Adelaide sembrò indecisa, guardò la figlia e rispose: «Dal nonno di mio marito.»
I ragazzini si allontanarono insieme trotterellando. Poi il bosco iniziò a diradarsi e la vegetazione terminò su un’aspra colata lavica.
Elena si affrettò a dispiegare la carta geografica che teneva in tasca, dove risaltava la traccia serpeggiante di un pennarello che segnava l’itinerario dell’escursione. La mostrò ad Adelaide ed insieme cercarono di individuare la loro posizione. Si trovavano sulla colata del 1923. Quel tratto di sterrata non risultò particolarmente lungo, oltrepassando qualche curva la vegetazione riprese rigogliosa e la pista entrò nuovamente nel bosco.
Camminando lentamente e parlando d’argomenti di attualità, raggiunsero gli altri amici che nel frattempo si erano raggruppati ad osservare un bellissimo cono di scorie completamente squarciato verso valle. L’allegria non mancava, ognuno sbandierava le malefatte degli altri, con tono ironico. Durante la sosta Adelaide fece conoscere il marito a Elena. Un uomo tarchiato e dalla pelata lucida.chiato e dalla pelata lucida.
CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 19 Ripresero il cammino. Ora il sentiero serpeggiava tra le lave punteggiate da numerosi alberi contorti e danneggiati dai fulmini. Si scorgeva un vasto panorama: la verde valle dell’Alcantara in basso si insinuava profondamente tra i rilievi scoscesi dei Nebrodi, più oltre il blu del mar Tirreno. In mezzo al mare le sagome evanescenti di alcune isole dell’arcipelago delle Eolie.chiato e dalla pelata lucida.
Adelaide rimase nuovamente indietro, ogni tanto richiamava i figli che continuavano a punzecchiarsi e litigare.
Elena le camminava accanto, intenta a osservare quel bel quadretto familiare.
«Appena si ritrovano gomito a gomito - commentò Adelaide sconsolata - è una lite continua.»
«Dicono che le litigate tra bambini fanno bene per lo sviluppo della personalità, soprattutto se fratelli - replicò Elena - dove non mancano le solite gelosie e rivalità!»
«Effettivamente è come se lo fossero!»
«Non sono fratelli?» chiese Elena sorpresa.
«Non biologicamente.»
«Non sono vostri?»
«Certo che sono nostri! Non li abbiamo generati noi, ma sono nostri! Li abbiamo adottati.»
Elena stralunò. «Li avete adottati?»
«Sì, entrambi!»
«Adottarli sarà stata una bella impresa, vero!? Ho sentito dire che è molto complicato, si devono affrontare tante spese, ci sono pratiche da espletare, colloqui da fare...» Dal tono della voce Elena dava l’impressione di essere poco convinta delle sue affermazioni. «Si devono, mi pare, sostenere degli esami che non tutti superano e a volte poi i bambini li devi restituire... »
«In parte è vero quello che dici. In realtà non è semplice ma alla fine quello che conta è il risultato!»
«Com’è che ci siete riusciti?»
Adelaide prese Elena sottobraccio e iniziò a raccontare la sua esperienza, sottovoce, accompagnandosi con eloquenti gesti della mano.
Elena ascoltava attentamente seguendo le parole con lenti movimenti del capo. 20 FRANCO POLITANO Più oltre arrivarono a un bivio, imboccarono a sinistra e subito la sterrata s’inoltrò in un bosco molto bello.
«Passammo una notte insonne. Lungo l’autostrada continuavamo a fantasticare sul bambino che avremmo conosciuto. All’orario stabilito ci presentammo all’Istituto dove ci attendeva nostro figlio! Arrivammo in un vecchio edificio dai i muri scalcinati. Entrammo in un grande corridoio, confusi. Ci indicarono una stanza. Lì una gentile signora ci avvisò che la ‘creatura’ stava per raggiungerci e nel frattempo voleva approfittarne per darci alcuna informazioni sul bambino. Ci disse che godeva di ottima salute ed era abbastanza vivace. Poi, si allontanò e ci pregò di attendere lì. Fremevamo per la trepidazione... Appariva tutto incredibile. Io e mio marito ci guardammo negli occhi: quel bambino tanto atteso, sognato, ora era lì in carne e ossa, a qualche metro da noi, e sarebbe stato nostro!» Adelaide parlava con la voce rotta dall’emozione.
Elena si sentiva emotivamente coinvolta.
«Improvvisamente apparì un bimbetto dalla carnagione olivastra vestito con una tutina azzurra, dai capelli neri e ricciuti. Aveva gli occhi tristi ma attenti e impauriti. Era tutto rigido, si guardava attorno smarrito controllando la situazione. Quel bambino, fino a qualche attimo prima mai visto, stava per entrare prepotentemente nella nostra vita, e per sempre! Con la sua personalità, la sua storia, le sue esigenze, i suoi perché e i percome... E veramente ha cambiato la nostra esistenza in un modo inimmaginabile!» Adelaide fece una pausa, forse per riprendersi dalla forte emozione che quei ricordi le suscitavano ancora. Lo si capiva anche dall’accalorarsi della sua voce man mano che raccontava: «Un’emozione indescrivibile! Ci vennero incontro... l’infermiera che lo teneva per mano lo avvicinò a noi ed esclamò: ‘Questi sono i tuoi genitori’ gli disse. Lui ci osservò con attenzione, indeciso, e dopo qualche attimo esclamò risentito: ‘Dove siete stati!?’ Noi nel frattempo ci eravamo chinati ad accoglierlo a braccia aperte: lui saltò al collo di mio marito, stringendolo forte forte. Mio marito barcollò per l’emozione. Io abbracciai entrambi. Restò attaccato al collo di mio marito, stretto stretto. Non volle più lasciarlo…» Adelaide non finì la frase. Il figlio, all’improvviso, le saltò sulle spalle appendendo
si CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 21 al collo. L’incauto abbraccio le tolse quasi il respiro.
«Sorpresa!» disse e scoppiò a ridere, baciandola sulla guancia.
La madre si svincolò da quella stretta. «Sei sempre il solito!» commentò, rispondendo al bacio.
Il ragazzo sorrise e si allontanò.
Adelaide si riassestò il colletto della giacca a vento e riprese il racconto. Elena apprese che dovettero andare via, perché la prassi prevedeva non solo alcuni incontri con il bambino prima di poterlo portare a casa ma anche incontri nella sala giochi con altri bambini ospitati nell’istituto: alcuni chiesero di venire loro in braccio, chiamandoli ‘mamma e papà’.
Il sentiero si fece aspro, tortuoso, tra cumuli di rocce rugose e spoglie.
«Finalmente arrivò il giorno tanto atteso - disse Adelaide - Il bambino poteva lasciare l’istituto e venire con noi. A casa fu un andirivieni di parenti e vicini. Tutti volevano conoscere nostro figlio. Il bambino si mostrava irrequieto, era confuso. Non mostrava neppure attenzione ai regali che ognuno gli portava. Quella notte dormì abbracciato a me, chiedendo ripetutamente del papà, anche se gli stava accanto. Dormiva con gli occhi semichiusi, come se temesse qualcosa.» Continuò a parlare. La salita le toglieva il respiro, allora raccolse da terra un ramo diritto e nodoso e iniziò a usarlo a mo’ di bastone.
Elena l’ascoltava attentamente.
Intanto Piero si era fermato ad attenderle. Appena il gruppo fu al completo, indicò con la mano lo sterminato campo di lave che li circondava e disse che quella era la cosiddetta lava dei Dammusi.
Elena si guardò attorno.
«Perché la chiamano così!? - chiese una del gruppo - i Dammusi non sono quelle caratteristiche abitazioni di Pantelleria!?»
Seguì qualche attimo di silenzio. Tutti si girarono a guardare Piero: si aspettavano una risposta proprio da lui.
Invece, Piero salì sopra una roccia dalla superficie scabrosa come una grattugia e solcata da sinuosi corrugamenti simili a cordame, e iniziò a saltellarci sopra. L’urto dei suoi scarponi oltre al rumore generò un curioso rimbombo. Sembrava che
22 FRANCO POLITANO quell’eco provenisse dal sottosuolo. «Ecco qua la risposta: questo suono significa che sto saltellando proprio sul tetto di una cavità. In gergo, con il termine dammuso si indicavano le coperture a volta degli edifici.»

Dopo una breve sosta, tutti ripresero il cammino.
Elena si accostò ad Adelaide e le chiese se poteva continuare a raccontarle la sua esperienza. L’ascolto di quel vissuto le infuse un inatteso entusiasmo e le fece sorgere il desiderio di poter vivere anche lei una esperienza simile. Guardando la piccola camminare mano nella mano con il padre e il fratello accanto, si sentì pervasa da una strana emozione. Poi chiese: «A scuola ci vanno?!»
«Certamente!» rispose sorpresa Adelaide.
«No, volevo dire che classe frequentano.»
«La piccola frequenta la seconda elementare, e il maschietto la prima media. La bambina non ha difficoltà, invece lui, forse per carattere o perché l’abbiamo preso più grandicello, ha avuto fin dall’inizio dei problemi d’inserimento sia a scuola sia nei rapporti con i coetanei. E tutto a discapito del rendimento scolastico e della nostra tranquillità.»
Elena chiese che generi di problemi erano sorti.
«I problemi più evidenti sono stati, e in misura minore lo sono ancora, la difficoltà a stare seduto e attento, ad obbedire, a rispettare regole che conosceva ma cui non riusciva ad adeguarsi, mostrando un grande bisogno di essere accettato e di stare al centro dell’attenzione anche con atteggiamenti indisciplinati!»
«Povere insegnanti!» esclamò Elena.
«Poveri noi! Non passava giorno che qualcuno non ci chiamasse a casa e lamentarsi: ‘Suo figlio di qua, suo figlio di là...’ ti lascio immaginare.»
«Non ho bisogno di immaginarlo, il figlio di mio fratello ne combina una al giorno a scuola! Almeno tuo figlio ha l’attenuante per il trauma vissuto, mio nipote non ha nessuna attenuante: si comporta male e basta!»
«Noi a causa della pesante situazione che si era creata con gli insegnanti siamo dovuti ricorrere all’aiuto di un bravo psicologo. Lui consigliò di fissare un incontro con gli insegnanti per
CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 23 parlare della condizione effettiva del bambino, suggerendo loro degli atteggiamenti più idonei alla situazione. A qualcuna più restia nell’immedesimarsi al problema propose la lettura di qualche testo sull’argomento.»
«E loro hanno seguito il suo consiglio?»
«Questo non lo so, però un giorno un insegnante, spiegando in classe delle origini della vita, probabilmente dimenticandosi della situazione del bambino, disse che nasciamo tutti nella pancia della nostra mamma. Mio figlio a questo punto è intervenuto sostenendo che non era vero quello che diceva e che non tutti nascono nella pancia della mamma. La maestra lo ha richiamato, dicendogli che era bugiardo e non sapeva quello che stava dicendo. Il bambino a questo punto ha risposto che era lei la bugiarda perché proprio lui era nato nella pancia di un’altra ragazza e che quella con cui stava era la sua mamma del cuore. L’insegnante per tutta risposta concluse: ‘Ah vero! Avevo dimenticato che tu sei stato adottato’. Comunque, lo mandò fuori perché in ogni caso le aveva risposto male. Alla frase detta dall’insegnante seguì lo stupore di tutti i suoi compagni e subito iniziarono a dirgli ‘adottato, adottato’. Per mio figlio, che fino a quel momento aveva vissuto questa cosa del tutto normale, fu un trauma. Questo episodio peggiorò la situazione.»
«Lo immagino... »
«Di fronte a questo problema è stato necessario parlare anche con le mamme, con quelle più disponibili raccontando della condizione del bambino perché spiegassero nella maniera più corretta possibile cos’era l’adozione ai propri figli, considerando che l’insegnante non era stata in grado di farlo.»
«Una bell’impresa!»
Intente com’erano a parlare, non si erano accorte che avevano rallentato il passo, tanto da attardarsi rispetto agli altri componenti del gruppo.
«Mamma, ti vuoi sbrigare! - esclamò il ragazzino - Stiamo aspettando proprio te per entrare.»
«Dove?» chiese la madre.
«Come dove? Ma nella grotta dei... dei Lampioni!»
I presenti risero, la grotta in realtà era quella dei Lamponi.
Il ragazzino li osservò stupito. «Papà ha detto di chiedere a
24 FRANCO POLITANO te... io ci voglio entrare!»
«Anch’io! Anch’io! - aggiunse piagnucolando la sorellina - Anch’io voglio entrare nella grotta dei Lampioni.»
Adelaide si rivolse a Elena. «Ma non sarà pericoloso? Mi sembrano ancora piccoli per affrontare una simile esperienza.»
«Io non so cosa consigliarti - rispose Elena - è la prima volta che mi reco in questa zona.»
Intervenne Piero, che era rimasto ad ascoltare. «Non preoccuparti, abbiamo deciso di visitare il tratto più facile, quello a monte dall’ingresso.»
Tutti indossarono i caschi di protezione. Alcuni erano forniti di lampada frontale. Qualcuno si cambiò le calzature.
Adelaide prese per mano la piccola, il marito l’altro figlio e lentamente si avviarono.
Piero indicò una macchia di arbusti spinosi cresciuta accanto all’ingresso della cavità.
«Cosa sono?» chiese Elena.
«I lamponi!»
S’inoltrarono in una buia caverna. Il pavimento in leggera pendenza era cosparso di massi di crollo e scorie laviche.
«Ma c’è buio, qua! Papà, ma i lampioni perché non li accendono?» domandò la bambina.
«Probabilmente si saranno dimenticati di pagare la bolletta della luce!» rispose spiritosamente il padre.

Terminata la visita, si fermarono a pranzare sullo spiazzo antistante la grotta. Elena, nonostante il clima festoso che si era instaurato, se ne stava in disparte. Si meravigliava di se stessa, per non aver preso in considerazione la possibilità di diventare mamma adottando un bambino. “A quest’ora avremmo risparmiato tanti bei soldi e forse con Piero non sarebbero sorti tutti questi problemi e malumori! Neppure lui ha pensato a tale alternativa. Chissà come mai? Quando gli racconterò quanto ho appreso da Adelaide... è strano che lui non ne sapesse niente della loro scelta, a suo dire sono amici da tanto tempo. Sono sicura che mi dirà di andare subito in Tribunale per presentare la domanda! Per lui sarà un sollievo!”
Piero nonostante scherzasse con gli amici, continuava a guardare la moglie, sembrava preoccupato. Ad un tratto le si avvicinò
CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 25 e le sussurrò: «Stai ancora a pensare ai soliti problemi? Prova a distrarti, goditi questa bella giornata!»
Lei sorrise. «Ci sto provando...»
Piero non commentò.
Elena riprese con le sue considerazioni. “A pensarci bene, neppure io ho affrontato l’argomento con Piero... davvero strano! Tante volte ho avuto notizie di episodi di adozioni, anche di conoscenti, come Anna e Salvo. Ho letto anche delle storie sui giornali, ma stranamente ho sempre creduto che queste cose succedono solo agli altri. E invece!”
Elena non riusciva a distogliere lo sguardo dai figli di Adelaide. “Guarda come sono affettuosi con lei e con il marito. Se Adelaide non mi avesse raccontato la sua storia, non avrei mai capito nulla! Sono così spontanei, che è come se fossero veramente figli loro! La sua emozione nel raccontare queste vicende ha coinvolto pure me. Adesso hanno una famiglia, uguale in tutto e per tutto a quelle che riempiono il mondo! Come si è strani... si riesce a essere mamma nel senso stretto del termine, con dedizione e affetto anche con un bambino non nato dalla propria pancia!” Si sentì insolitamente ottimista, come se tutto potesse essere più facile. “Adotteremo pure noi un bambino! Anzi adottando qualcuno riuscirò contemporaneamente a fare la mamma e aiutare un bambino in difficoltà!”
Mentre rifletteva raccolse le stoviglie e gli avanzi del pasto. Rimise tutto nello zaino. A un tratto un ricordo le balenò in mente: “Mica Adelaide sarà la signora del sogno?” Si portò spontaneamente la mano sulla bocca con una smorfia di meraviglia: “Incredibile! Non era un incubo ma un sogno premonitore! Forse sto correndo troppo con la fantasia... e se invece fosse così? Del resto mi ha suggerito la soluzione giusta! Nel sogno quella donna mi sussurrava qualcosa che poi al risveglio non ricordavo, ma nel sogno la seguivo. Chissà, forse devo seguire i suoi consigli. Le chiederò come si fa ad adottare un bambino, magari lei conosce qualcuno che ci potrà aiutare e pure in poco tempo.” Un’intensa felicità la pervase. Tutte le ansie che le stavano avvelenando l’esistenza iniziarono a svanire. Si alzò e con discrezione si avvicinò ad Adelaide, che se ne stava ad osservare i propri bimbi che giocavano. Elena si sedet
te 26 FRANCO POLITANO accanto a lei. Non sapeva come chiederlo, si trattenne, teme- va di metterla in imbarazzo. «È bello restare a guardare i pro- pri figli mentre giocano felici e spensierati» commentò alla fine. «È bello osservare qualunque bambino che gioca. Questa è l’età della spensieratezza. - precisò Adelaide - Ogni volta che vedo dei bambini felici mi tornano in mente le faccine malinco- niche e gli sguardi tristi di quei bambini in attesa della mamma che ancora affollano orfanotrofi e istituti per minori abbando- nati.» Quelle frasi per Elena furono provvidenziali. «Come si fa ad adottare un bambino?» chiese così, a bruciapelo. Adelaide rimase sorpresa, la fissò per qualche attimo e poi sfornò uno dei suoi soliti sorrisi. Le prese una mano, la strinse e disse:«Vorresti adottare un bambino?» Fece una pausa e strinse le labbra. Elena notò questo cambiamento repentino dell’espressione e si sentì disorientata. «Dovresti rivolgerti al Tribunale dei Minori, presentare la documentazione. La trafila è lunga, almeno per noi lo è stata. Adesso le leggi saranno cambiate, non so cosa consigliarti.» Parlava con voce stentata e contemporaneamente si guardava intorno, come se cercasse qualcuno. «Forse è meglio che ne parli con lei - continuò Adelaide, indi- cando una donna che discuteva con animosità con altri compo- nenti del gruppo - So che fa l’assistente sociale. Lei sì che ti potrebbe dare le informazioni giuste.» Subito dopo, con il gesto della mano cercò di attirare l’attenzione di quella donna. Questa, prima rimase per qualche attimo a osservarle incu- riosita, poi fece cenno con il dito rivolto verso di sé come per chiedere: ‘io?’ Adelaide fece un cenno con il capo ed esclamò: «Sì, tu!» «Carla, scusami se ti disturbo» le disse Adelaide quando si avvicinò. «Niente, stavo facendo osservare a quella sapientona che le telenovele sono delle storie astruse dalla realtà e lontane mille miglia. Ti imbottiscono il cervello solo di stupidaggini!» «Elena ha bisogno di qualche informazione.» «Di che genere?» CRONACA DI UN ’ ADOzIONE 27 «Vorrebbe adottare un bambino e non sa come fare!» le spie- gò Adelaide. Carla guardò Elena con stupore. «Vorresti adottare una crea- tura? Rivolgiti al Tribunale dei Minori, ti daranno tutte le infor- mazioni che ti occorrono. Tuo marito è d’accordo?» A Elena quella domanda suonò alquanto strana. Era certa che Piero sarebbe stata d’accordo. «Mio marito? Lui sarà ben felice di questa scelta, anzi...» «A costo di sembrarti subito antipatica ti debbo avvertire che decidere di adottare un bambino non è come decidere di acqui- stare un vestito o un paio di scarpe. Queste sono scelte da pon- derare in due e con molta consapevolezza!» Elena abbassò lo sguardo. “Ma questa chi si crede di essere per giudicare le mie intenzioni. È facile parlare quando i pro- blemi non si vivono sulla propria pelle” pensò. «Non capisco cosa c’entra questo con la mia domanda?» le disse, cercando di tradurre il suo pensiero. «Oggi ho parlato un po’ con tuo marito. Mi ha accennato del difficile momento che state attraversando! So che state spen- dendo una barca di quattrini per riuscire ad avere un figlio, ma non mi è parso che pensasse ad un’altra alternativa. Anzi, mi ha chiesto se ero a conoscenza di qualche buon centro per la cura della sterilità!» Elena avvampò dentro. Si senti tradita nell’apprendere che il suo intimo dramma fosse stato argomento di chiacchiere tra suo marito e questa sconosciuta. Carla, forse, intuì lo stato d’animo di Elena e per ‘buttare acqua sul fuoco’ aggiunse: «Io e tuo marito ci conosciamo da una vita! Tra vecchi amici è normale sentire l’esigenza di confi- darsi sui problemi che ci travagliano l’esistenza. Poi, Piero sa che per me i problemi esistenziali degli altri sono ‘il pane quo- tidiano’! Qualunque caso mi raccontino, sarà per consuetudine o per deontologia professionale, lo tengo tutto per me.» «Non ci trovo niente di male nel fatto che Piero ti abbia con- fidato tutto, anzi! Considera che stamani non conoscevo nep- pure lei - spiegò Elena, indicando Adelaide che l’ascoltava in silenzio - eppure ora sembriamo amiche da chissà quanto tempo!» «Mi fa piacere che siete diventate così amiche - disse Carla - testa, in segno di disapprovazione.








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